RifLeggendo

L'autore racconta cosa c'è nel suo cuore e nella sua memoria, l'editore vende il racconto nel modo che gli sembra più adatto a quella storia o a quel pubblico, il lettore percepisce la storia secondo ciò che ha nel cuore e nella memoria. A volte lettore - editore - autore si incontrano per parlare del libro che non appartiene più a nessuno ma ha una vita sua. Mille riflessioni possono nascere dalla stessa lettura, uguali e contrastanti per questo le chiamo RifLetture che sono altro dalle recensioni. Chi recensisce giudica, io non sono all'altezza di giudicare ma sicuramente posso riflettere nelle letture: RifLeggendo condivido qui.
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mercoledì 13 gennaio 2016

Dall'altra parte della frontiera di Bernardo Atxaga

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Passeggiando per librerie in questa nuova e affascinante città in cui vivo mi sono imbattuta in un libro per errore, l'ho fatto cadere a terra e raccogliendolo mi sono incuriosita. Un autore a me sconosciuto eppure subito ho deciso di leggerlo. Bernardo Atxaga, giro e rigiro il libro e mi chiedo chi è?
Un autore, poeta, saggista e autore teatrale basco. Figuriamoci, mi sono incuriosita subito, adoro la Spagna ma non conosco autori baschi, un popolo dal temperamento molto forte e dalle tradizioni potenti.
Lo compro.


Cominciando a leggere scopro che si tratta del principale esponente della nuova generazione di poeti baschi e viene definito il linguaggio poetico più originale del momento.  Dunque, ho pensato, meno male averlo fatto cadere.
Scopro più avanti che Luis Sepulveda (del quale ho raccontato a proposito della lumaca Ribelle) un altro dei miei autori preferiti ha usato i versi di una sua poesia all'interno di Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a volare:

Ascolta gatto.
Ti leggerò una cosa di un poeta che si chiama Bernardo Atxaga. 
Dei versi di una poesia intitolata I gabbiani:
Ma il loro piccolo cuore
- lo stesso degli equilibristi -
per nulla sospira tanto
come per quella pioggia sciocca
che quasi sempre porta il vento,
che quasi sempre porta il sole.
E dal momento che l'editore (Guanda) e il suo curatore Giuliano Soria, ci regalano i versi di B. Atxaga in italiano e anche in castigliano, ed essendo io amante dell'incontro delle lingue e delle culture, vi riporto la frase poetica de i Gabbiani anche in spagnolo.
Pero su pequeño corazón- que es el de los equilibristas - por nada suspira tantocomo por esa lluvia tontaque casi siempre trae viento,que casi siempre trae sol.
Chiaramente, vivendo ora a Trieste ogni giorno guardo il mare e i gabbiani e poi, di tanto in tanto, arriva la signora Bora che spazza via tutto il male e porta lo sguardo fino alle alpi e al prossimo orizzonte, poi torna il sole più forte che mai, più giallo che mai, più ... sembra proprio la descrizione della mia città, eppure non lo è.


L'autore è basco-spagnolo e non spagnolo e dunque scrive i suoi testi in euskera (la lingua dei baschi-spagnoli) e da solo traduce i testi in castigliano e sono arrivati a me tradotti in italiano da ... non lo so, non ho trovato il nome del traduttore sul libro e questa per me è una nota dolente. Io, traduttore, ho diritto e desiderio di essere nominato sul libro tradotto. Peccato.

Estremamente commovente, a mio avviso adatta anche ai bambini, la poesia Il Riccio della quale l'editore ci regala anche la versione in euskera che più avanti vi riporto. Una storia di poche parole, forse ventisette che racchiude in sé il senso intero della vita.
Una poesia semplice e molto, molto dolce che racconta in profondità il vero senso della vita, consiglio davvero a tutti di leggerla almeno una volta, magari rileggerla ogni tanto, per non dimenticare.
Cito un breve passaggio:
(Spagnolo)
El erizo despierta al fin en su nido de hojas secas,
y acuden a su memoria todas las palabras de su lengua,
que, contando los verbos, son poco más o menos veintisiete.
Luego piensa: el invierno ha terminado,soy un erizo, Dos águilas vuelan sobre mí:Rana, Caracol. Araña, Gusano, Insecto,¿En qué parte de la montaña os escondéis?

(Italiano)Il riccio finalmente si risveglia nel suo nido di foglie secche, e gli riaffiorano alla memoria tutte le parole della sua lingua,che, contando i verbi, sono più o meno ventisette.
E poi pensa: L'inverno è finito,
Sono un riccio, Due aquile volano sopra di me;
Rana, Lumaca, Ragno, Verme, Insetto.
In che punto della montagna vi nascondete?

(Euskera - titolo: Trikuarena) Esnatu da trikua habi hosto lehorrez egindakoan,eta dakizkien hitz guztiak ekartzen ditu gogora;gutxi gora behera, aditzak barne, hogeitazazpi hitz.
Eta gero pentsatzen du: Amaitu da negua,Ni trikua naiz, Bi sapelaits gora dabiltza hegaletan;Marraskilo, Zizare, Zomorro, Armiarma, Igel,Zein putzu edo zulotan izkutatzen zarete?
Il finale di questa poesia è un tuffo nel senso della vita, è quel momento di lettura in cui ogni visuale cambia angolazione.
Alla prossima.

giovedì 26 novembre 2015

Stanotte l'ho vista di Drago JanČar

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I primi di luglio di questo stesso anno ci siamo trasferiti definitivamente in questa città sospesa. Tra le mille peripezie che un trasloco, un trasferimento professionale, due figli piccoli, una crisi economica mondiale in corso, la guerra/non-guerra ai gender, la paura di attacchi, l'incontro con l'ignoto di una vita nuova e sconosciuta abbiamo cominciato a conoscere Trieste.

Il primo forte impatto l'abbiamo avuto su Strada del Friuli in notturna, da Contovello scendendo verso la città. La vista delle luci triestine sul golfo illuminato da una enorme luna che sfida il Faro della Vittoria ci ha fatto innamorare.
Impazienti abbiamo atteso la Barcolana e la bora, nel frattempo abbiamo passeggiato, esplorato, assaggiato, conosciuto.
Una sera ho telefonato a mia madre e le ho detto
Sembra una città ferma nel tempo, mi sembra di vivere come quando ero piccola. Ti ricordi?
Erano gli anni '70 allora, ero piccola e la vita era semplice e bambina. Come Trieste, forse!
In questo anno per me pieno di cambiamenti e eventi improvvisi, il Natale sta tornando e io, come ogni anno, rispolvero Dickens.
Ne Il Canto di Natale tre fantasmi sono co-protagonisti della crescita emotiva e spirituale di un uomo.
Questi fantasmi che ogni tanto tornano, sono il simbolo di riscatto di un debito, di una verità, a volte di un'ingiustizia, a volte di un amore.
Anche in Shakespeare troviamo il fantasma di King Lear che si ripresenta, che torna a chiedere vendetta.
Ma Shakespeare fa molto di più, ci racconta la crescita dell'uomo attraverso i suoi personaggi anzi, proprio lui forse è lo scrittore anglosassone che per primo si sgancia dalle descrizioni piatte dei personaggi dando loro una terza dimensione, quella della crescita all'interno del romanzo stesso. Personaggi che attraverso le azioni e l'espressione dei sentimenti umani crescono e cambiano all'interno dello stesso romanzo.
L'Amleto che incontriamo nel I atto non è sicuramente lo stesso che incontriamo nell'ultimo atto.

Dopo aver visto la Barcolana e aver assaporato la Bora, Paola mi invita alla presentazione del libro di uno scrittore sloveno, perché Trieste è anche questo, l'incontro di culture tanto vicine quanto lontane:

Drago JanČar
Stanotte l'ho vista
Comunicarte edizioni
In Drago JanČar ritrovo fantasmi ed esseri umani che crescono man mano che si legge il romanzo, relazioni umane più o meno amorose, raccontano la storia di una guerra.
Della guerra.
Di tutte le guerre.
Dell'essere umano in guerra.
Quasi quasi a voler gettare le basi di nuovi archetipi, più strutturati ed evoluti di quelli rappresentati dagli antichi drammi greci. Parlando con alcune persone di Trieste scopro che la letteratura slovena è intrisa della storia della guerra.
Questa presenza importante della guerra nella letteratura slovena mi fa venire in mente che a Roma la percezione della guerra è un ricordo lontano, mentre qui è una ferita ancora viva.
Qualcuno risponde, ovviamente.
Qualcuno risponde che a Roma per ricordare la guerra si fanno tante manifestazioni e che mi sbaglio.
A me personalmente l'incontro con Trieste mi ha fatto sentire la guerra molto più spaventosa.

Immagino che l'essere al confine, l'estendersi su un porto importante, il contenere diverse etnie e l'aver avuto la guerra proprio in casa abbia influito in questa diversa memoria della guerra.
Si parla di guerra, si scrive di guerra, esiste addirittura un museo di guerra per la pace.

Un libro ambientato in una guerra, dicevo, ma dove regnano le emozioni più che le azioni spaventose eppure, spesso, l'emozione viene introdotta da un'azione che ti porta in quello stato d'animo ancor prima di essere nominato. Mi permetto di dire che quasi siano le azioni vuoi anche di guerra a dar corpo alle emozioni:
Quando si vede morire un amico con la bava alla bocca come un cavallo dopo una lunga marcia, non si pensa più né a cantare né a salutare la bandiera.
Quante emozioni, stati d'animo, pensieri, corsi e ricorsi storici vi fa venire in mente questa frase? L'amore, la rabbia, il dolore, la paura, l'umiliazione, l'inutilità, la disperazione ... vanno bene tutte quelle che vi vengono in mente perché evocate dalla storia, dalla vostra percezione del mondo, dal vostro stato d'animo.
Perché questo fa un buon libro, evoca in te qualcosa: ricordi, emozioni, pensieri, curiosità, desideri.
Lui continua così:
Salutare la bandiera in un campo di prigionieri di guerra, battuti, vinti. Almeno Čedo, lui, non 'ha dovuta vivere quest'umiliazione.
Dunque in questo paragrafo l'autore parla di umiliazione.

Tanto mi hanno colpito le poche parole con cui uno dei co-protagonisti descrive la guerra:
Degli ufficiali inglesi passeggiano nel campo, sembra che una commissione dovrà stabilire chi ha collaborato con i tedeschi e chi ha le mani sporche di sangue. Marciava, marciava, che idiozia, chi non ha le mani sporche di sangue dopo quattro anni di guerra?
L'idea che mi sono fatta dell'autore è quella di un uomo che la guerra, come anche l'amore passionale e controllato, l'ha conosciuta.
Che la cultura la ama ed è riuscito a trasmettere nei suoi libri (o almeno in questo che per ora è l'unico che ho letto) storie di esseri umani e non rancore per il dolore sofferto.
Quasi sempre incontro binomi opposti tra le emozioni che prendono corpo nel libro, mi permetto riportare una citazione importante nella speranza che l'autore non se ne abbia del mio osare:
E me ne andai. Ci rivedemmo una volta soltanto. All'inizio della guerra. Poco prima dell'attacco di aprile alla Jugoslavia. Dopo sentii dire che aveva consegnato la sua unità a un reggimento blindato tedesco a Dravograd. Fu portato in prigionia, dove, sbarazzatosi del suo onore militare, probabilmente ha vissuto la guerra in tranquillità. Io ho difeso il suo onore militare e il mio nella Bosnia insanguinata e nella Lika e fino all'ultimo giorno della guerra nelle montagne slovene. Già allora avrei dovuto sapere che era un codardo, se non lo fosse stato, non avrebbe ascoltato quel signore di Lubiana [...]
Qui forse un po' di risentimento si intravede, ma per capirlo dovete andare a cercare la sua storia personale e poi leggere questo libro nel quale comunque si entra in una forte sfera emotiva di relazione amorosa in perenne contrasto con il proprio stesso amore.
[...] le diedi uno schiaffo. Non le domandai perché stesse piangendo, la colpii perché avevo davanti agli occhi quella scena con la folla di tzigani che la tiravano da tutte le parti, perché capisse una volta per tutte che non poteva fare sempre quel che le saltava in mente.
[...]
Mi guardò a lungo. Si asciugò le lacrime. Avrei dovuto saperlo che sei un uomo violento, disse dopo qualche istante del tutto calma.
Veronika, la protagonista è una donna forte e debole sempre in contrasto, con se stessa o con il mondo. Una donna che, in tempo di guerra, non tollera sentirsi dire cosa e come deve vivere, sembra quasi non disposta ad accorgersi della realtà o a scoprirla per sbaglio e volerne scappare e così fugge da Lubiana e dal marito ricco, fugge in un campo di guerra ai confini del mondo con l'amante militare ligio e fedele, Veronika dice di se stessa:
Ma come? Ti sorvegliano. Mi guardò e si mise a ridere finché la tosse non soffocò nuovamente la sua risata. Me? Ti immagini che qualcuno possa sorvegliarmi?
In effetti Veronika anni addietro si portava un alligatore al guinzaglio a spasso per la città e non si sentiva ancora pronta per la sottomissione. Aveva scelto di seguirlo, sceglieva sempre lei cosa fare ma spesso le sue scelte erano un impeto pazzesco.
Una storia di guerra, una guerra di sentimenti in una guerra di armi. Una donna ribelle e capricciosa (forse l'anima della guerra?), intorno a lei un marito, un amante, un giovane, una mamma, una domestica. Ciascuno racconta Veronika a modo suo e in ciascuno di questi racconti riviviamo la guerra attraverso le vite umane e i loro sentimenti.

Ma non finisce qui. Un libro che ti porta dentro una cultura così vicina all'Italia eppure così silenziosa in Italia. Immagini a me sconosciute hanno acceso la voglia di conoscere e di scoprire.
Il giorno in cui finii di scontare la pena, la ritrovai in lacrime. Pensai che fosse stata colpita dal "dert", quel sentimento triste, della commedia musicale Kostana, lo struggimento per la vita della donna rinchiusa. Ma non era il dert. Era stata nella Mahala, disse.
Il Dert ... lo struggimento per la vita della donna rinchiusa, sentimento triste della commedia musicale del Kostana ... vi lascio con questa immagine intraducibile se non dopo aver toccato il Dert con mano.
Buona lettura

lunedì 10 agosto 2015

Pensieri distorti ... tra le poesie e i racconti ... di Sabatino Simonicca

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In questo caldo pazzesco, che se fosse freddo lo definirei la terza era glaciale, e con l'elettroencefalogramma piatto dall'affanno mi permetto di proporre una lettura nuova, un autore nuovo, uno scrittore diverso.
Un giorno qualsiasi nella fretta romana sono entrata in un negozietto aperto da poco, vende prodotti abruzzesi e solo di qualità: "proviamolo" ho detto a mio marito "in fondo a noi l'Abruzzo piace e siamo soliti frequentare Scanno". I prodotti sono buoni e lui è un artigiano della vendita. Non è un negozietto, è un Negozio il cui proprietario preferisce un po' di fila ma ama conoscere ogni singolo cliente, capire i suoi gusti e la sua storia per vendere prodotti di qualità in base alle esigenze degli abitanti del quartiere e non alle esigenze di marketing globale. Pensate un po', un negoziante che si preoccupa di voi e se ne frega del marketing globale ... un suicida di questi tempi, eppure ... !

Ma Sabatino, scopro con il tempo, è anche altro. Ama conoscere la gente, la storia della gente, i desideri della gente e dai loro racconti sogna poesie. Sogni e Poesie che ha trasformato in realtà, eccolo qua:


Quando ho visto il suo libro sono andata a fare la spesa e gli ho fatto delle domande. Domande a tradimento, mentre facevo la spesa ma voglio svelarvi tutto sperando che non se ne abbia a male, perché le sue poesie mi piacciono, sono nuove, sono diverse e parlano della gente.

- Ma tu perché scrivi poesie?
- Bo, mi diverto!
- Allora sono poesie allegre?
- mmmmm. Leggi, leggi. Te lo regalo. Non sono proprio allegre.
- Allora cosa ti diverte?
- Sono attimi. Attimi rubati alla realtà. Sono quelle cose rare e belle che vedi e pensi sia un peccato lasciarle andare. Allora le scrivo. Sono emozioni forti e leggere. Sono la vita!
- Parlano di te?
- Parlano di ciò che vedo e che sento. Storie vissute che ho sfiorato. Qualcosa che mi ha attirato e che non ho voluto lasciar volare via. Ma perché mi fai tutte queste domande?
- perché sono curiosa e forse non voglio lasciar volare via la tua storia.

Vi lascio alcuni stralci.

Sally e le Stelle

Sally alza il viso al cielo
Osserva la luna
La saluta con un sorriso.
Bagna i piedi nella laguna.
Ha la mente piena di ricordi
Di lacrime e carezze.
Vuole dimenticare quei balordi
Elogia le sue bellezze.
Lo fa con la gente
Con pudore
Con aria indifferente.
[...]


Poesia per me

Non ho mai capito la mia vita
La mangio e bevo come una formica
La consumo quasi da distratto
Disegnando sui muri il mio ritratto
Ne vorrei sempre una migliore
Invece ogni giorno che passa è il peggiore
Scrivo poesie anche di notte
[...]

Trombetta (un sorriso alla morte)

Trombetta
lo chiamano così i suoi amici

Quando parla fischia
parole a suon di tromba

Ha un dolore dentro
Con gli anni sempre più forte

[...]

Anna

Anna si guarda allo specchio
Vede la faccia del passato
I sorrisi davanti a quel cancello
Le lacrime scritte sopra i fogli
Sempre pieni di speranza e di colori.
[...]

Sono stralci e sono pochi ma vi chiedo: non sembra anche a voi di conoscere quelle persone? Non avete la sensazione mentre leggete di vedere e non di ascoltare?
Lui è uno nuovo e ve lo volevo dire!
Buon ferragosto
silvia

sabato 16 maggio 2015

Páginas Escondidas de Rubén Darío

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In questo momento di confusione della mia vita le riflessioni si accavallano e mentre faccio e disfo, monto e smonto, scendo e salgo, tengo e butto ... un libro mi ritrovo in mano e apro una pagina a caso: pag.91
L'intera poesia non mi dice quello che mi dicono i primi due versi che estrapolati dal loro insieme mi colpiscono e mi rimangono dentro per dirmi: ti sei invecchiata giovane donna!
Yo soy aquel que ayer no más decía
el verso azul y la canción profana,
en cuya noche un ruiseñor había
que era alondra de luz por la mañana.
El dueño fui de mi jardín de sueño, lleno de rosas y de cisnes vagos;
el dueño de las tórtolas, el dueño
de góndolas y liras en los lagos;
y muy siglo diez y ocho y muy antiguo
y muy moderno; audaz, cosmopolita;
con Hugo fuerte y con Verlaine ambiguo,
y una sed de ilusiones infinita.
[...]
(cito da Páginas escondidas de Rubén Darío)
Mi dispiace non avere tempo e voglia per tradurre ma così mi va e così condivido.
Buon fine settimana a tutti

lunedì 27 aprile 2015

Femminista e femminile - ultime riflessioni - Trieste di Carlo Yriarte

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Con questa immagine voglio chiudere e mie personali riflessioni su femminismo e femminilità. In quanto Donna mi sento di dire che mi sembra giusto che le donne debbano avere dei diritti, gli stessi diritti degli uomini, gli stessi diritti di tutti. In quanto madre di una bambina devo dire che sono preoccupata del futuro dei diritti delle donne e la cosa che mi preoccupa più di tutti è vedere le finte femministe che fanno dei diritti un approccio di marketing mentre sono disposte a sacrificare lo sviluppo delle future donne ... per delle cazzate!
In quanto madre di un bambino mi preoccupo di farlo crescere in un clima di diritti, di uomini e di donne. Sono tranquilla con lui perché suo padre e suo nonno sono degli uomini meravigliosi e un grande esempio per lui.
Della femminilità che vi devo dire? Per me è femminile la donna che sa lottare, che ama ridere, che è forte, la donna che allatta e che ama, la donna innamorata e la donna amante.
Non sono amante delle unghie laccate, dei capelli stra-pettinati, del fisico rifatto. Mi piacciono i bei vestiti ma dovendo scegliere, compro un bel libro. Non trovo femminili le donne che vogliono essere come gli uomini ma trovo femminilità in molti gay.
Concludo questa riflessione con una citazione che parla della forza femmina, quella alla quale ogni donna fa ricorso, quella che le donne conoscono e gli uomini no, quella che si mescola alla bellezza e fa di ogni donna un'opera d'arte.
Le donne di Servola, colla bianca Petscha in testa, vestite della dalmatica nera, tagliata in quadrato, e donde sfugge la larga manica d'immacolata candidezza, calzate colla classica Opanche, conducono per le vie branchi di tacchini grigi, macchiati di nero, e colla testa rosa di tono graziosissimo. I mercati sono vaghissimi; le contadine slave del territorio di Trieste vi si recano in folla sui loro somarelli a vender del pane di puro frumento, cotto apposta per la città, e gli ortaggi da loro coltivati, o i fiori, che annodano con gusto i mazzolini leggiadri, in cui domina il lupino, e spicca nel centro di un fiorrancio, od un fiore di corbezzolo. Per conservare questi fiori, gettano sul fondo del paniere pezze di ghiaccio, e si vedono anch'esse col busto ornato d'un mazzolino. La Petscha bianca stacca vivamente sulla carnagione olivastra, e la pulitezza dell'aspetto è seducentissima; talvolta al pari de' Kabili e degli asinai delle rive del Nilo, passano dietro le spalle, nella cintura, la bacchetta di cui si servono per guidar le loro cavalcature.

lunedì 20 aprile 2015

Trieste raccontata nel 1874, fotografata nel 2015

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Dopo tanti anni, finalmente, sono capitata in Veneto per motivi personali e, con la mia famiglia, ho deciso di allungare il viaggio in Friuli Venezia Giulia per fare una visitina a Trieste.
Da anni aspettavo l'incontro con questa città, tanto decantata e tanto amata a quanto pare da tutti. Trieste, una città storica e moderna, internazionale, centro di una cultura intellettuale e commerciale vastissima, crocevia di popoli, di incontri, di scambi e di amori.
E mentre mi dirigo a Trieste, la fortuna vuole che io trovi su una panchina un libro: Trieste di Carlo Yriarte, scritto nel 1974 e riproposto nel 2013 dalla EBI Edizioni Biblioteca dell'Immagina.


Trieste è una città che da sempre negozia, su tutto.  Si sente l'odore della diversità e dell'accordo, del commercio e dello scambio, della vita attiva e commerciale e dell'educazione alla buona convivenza.
In mezzo agli elementi stranieri, variati e influentissimi, dominano tre grandi elementi nazionali: l'Italiano, il Tedesco e lo Slavo. L'Italiano si considera a Trieste come in Italia, e si fonda sulla ragione della lingua, della razza, delle memorie e della vicinanza. Il Tedesco comanda, ed ha per sé la ragione del Beati possidentes. Quanto agli Slavi, hanno la ragione del numero, e rinserrano da ogni parte la popolazione. Intanto ciascuno de' tre tira nel proprio senso, e si arriva a una negoziazione: è la politica statica [...]
 Ma Trieste è anche una città di cultura e di arte. Una città piccola in cui arte e natura si incontrano per rendere ogni angolo bello, piacevole, rilassante anche nei momenti di business estremo.
Nel 1600 la peste distrusse due terzi della popolazione. La colonna votiva della Piazza della Borsa, la Fontana della Piazza Maggiore, allegoria confusa scolpita da Mazzoleni, una fortezza la cui costruzione fu decretata il 14 aprile 1568, una chiesa fatta di parti e di brani di tutte le età, ma per ciò appunto di grande interesse archeologico; la chiesa greca, la sinagoga, le cappelle delle differenti comunità, gli ospedali, il collegio dei marinai, l'arsenale de Lloyd, la Borsa, [...]
Nel 2015 Trieste è ancora molto bella e piena di vita, arte e natura e devo dire che il suo fascino mi ha catturato completamente tutti i sensi.


                             

 La relazione umana, come tutto il resto, sembra subire l'influenza del bello, della cordialità e del buon clima.
La prima mattina a Trieste siamo andati a fare colazione in un'enoteca-bar dal nome Viva! "Un Prosit triestino che ci si scambia al brindisi ma anche al saluto" ci ha spiegato Fabrizio.
Un modo di augurare felicità e fortuna agli altri, un po' come Pura Vida in Costa Rica. È bello iniziare la giornata o l'incontro con un augurio di felicità e fortuna.
"Viva l'a e po' bon". 
Un motto tutto triestino che riguarda la storia austro-ungarica, in effetti Trieste nel periodo passato sotto l'Impero Austriaco era un porto estremamente ricco e quindi nessuno aveva fame nonostante la moltitudine di razze, persone e professionisti. Dunque vigeva il motto Viva l'Austria e quel che sarà dopo, sarà.
Fabrizio è cordiale e ci da tanti suggerimenti, ci racconta la sua storia e ci descrive Trieste come un buon posto in cui vivere.
Fabrizio ha costruito la sua enoteca a mano, con l'aiuto di un amico, vale la pena andarlo a conoscere. Sorride quando ci spiega che il locale è a sua immagine e somiglianza, c'è tutto ciò che lui preferisce: vini locali, vini pugliesi (lui è originario della Puglia), buona musica e calcio e ... ultimamente tanto sonno "sono diventato papà e la notte ..." e allora possiamo dire solo "Viva!" e speriamo di rivederci per un'altra colazione o aperitivo nel tuo delizioso locale.

                       









domenica 8 marzo 2015

Femminista e femminile - 8 marzo con Jung Chang, Tre figlie della Cina

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#ioleggodifferente Pensavate che non avrei postato nulla sulle donne proprio l'8 marzo, vero? Qualcuno forse lo ha sperato. Il fatto è che ci ho tanto pensato ma non trovavo nulla di valido. Gli auguri? L'unico augurio che posso fare è che invece di far tornare indietro le donne "emancipate" spero che si possa portare alla categoria umana anche quelle costrette ad altra vita. L'augurio è che tutti gli uomini del mondo capiscano che noi siamo con loro, che non hanno bisogno di violenza per essere amati, che l'unico modo per essere amati è amare e amare vuol dire lasciar vivere, altrimenti non è amore. Questo il mio augurio per le donne di oggi e di domani.

Rimango dell'avviso che non amo le femministe arrabbiate ma preferisco quelle educate e che non bisogna avere uno stereotipo di femminilità ma bisogna lasciare che ogni donna possa esprimere la sua. Noi donne occidentali siamo molto fortunate e non dobbiamo dimenticarlo mai o rischiamo di perdere i diritti acquisiti, ma non siamo le uniche donne al mondo e così alla fine, quasi quasi per il 9 marzo ho scelto lo spunto. Da un libro di un autore cinese, qualche stralcio, il resto è un pensiero vostro, libero, che non ha bisogno di un mio commento:

(da Cigni Selvaggi, tre figlie della Cina di Jung Chang / un regalo di un'amica olandese che non vedo più ma alla quale volevo molto bene e alla quale auguro tanta, tantissima felicità)
All'età di quindici anni mia nonna divenne concubina di un signore della guerra, un generale capo dlla polizia di un inconsistente governo nazionale cinese.  Era il 1924, e la Cina era in preda al caos. [...] L'unione fu combinata dal padre di lei. [...] Secondo l'usanza, il mio bisnonno accettò un matrimonio combinato quando era molto giovane, a quattordici anni, con una donna che ne aveva sei di più. Contribuire ad "allevare" il marito era considerato uno dei doveri di una moglie.
La storia di sua moglie, la mia bisnonna, era tipica di milioni di donne cinesi del suo tempo. Proveniva da una famiglia di conciatori, i Wu. Poiché i suoi non erano intellettuali e non occupavano cariche pubbliche, e poiché era una femmina, non le avevano neppure dato un nome. Visto che era la seconda delle femmine, la chiamavano semplicemente "figlia numero due". Il padre era morto quando lei aveva pochi mesi, ed era stato uno zio ad allevarla.
Un giorno, quando lei aveva sei anni, lo zio stava cenando con un amico la cui moglie aspettava un bambino. Durante la cena i due uomini avevano pattuito fra loro che, se il bambino fosse stato maschio, lo avrebbero fatto sposare con lei. I due giovani non si erano mai incontrati prima delle nozze. In realtà, innamorarsi era considerato quasi una vergogna, un disonore per la famiglia. [...] Con un po' di fortuna ci si poteva sempre innamorare dopo.
Mia nonna era un'autentica bellezza. Aveva il viso ovale, con le guance rosee e la pelle luminosa. I capelli lunghi, di un nero lucente, erano raccolti in una folta treccia che le arrivava fino alla vita. Quando l'occasione lo richiedeva, e cioè quasi sempre, sapeva mantenere un atteggiamento riservato, ma sotto la compostezza esteriore fremeva di energia repressa. Era piccola di statura, circa un metro e sessanta, con una figura snella e le spalle cadenti, che erano considerate l'ideale.
Il suo pregio maggiore, però, che in cinese venivano chiamati "gigli dorati di otto centimetri. Ciò significava che si muoveva come "un tenero virgulto di salice alla brezza primaverile", per usare l'espressione tradizionale degli intenditori di bellezza muliebre cinesi. Si riteneva che la vista di una donna che vacillava sui piedi fasciati avesse un effetto erotico sugli uomini, in parte perché la sua vulnerabilità avrebbe dovuto ispirare a chi la osservava il desiderio di proteggerla.
I piedi di mia nonna erano stati fasciati quando aveva due anni. Dapprima sua madre, che aveva subito anche lei lo stesso trattamento, le aveva avvolto intorno ai piedi una pezza di stoffa bianca lunga circa sei metri, piegando tutte le dita (tranne l'alluce) in basso e al disotto della pianta del piede. Poi ci aveva messo sopra una grossa pietra per frantumare l'arco del piede. Mia nonna aveva urlato per il terribile supplizio, implorandola di smettere, tanto che la madre aveva dovuto ficcarle un cencio in bocca per soffocare le sue grida. La nonna era svenuta più volte per il dolore. Il trattamento si era prolungato per parecchi anni. [...] Quando rpegava la madre di toglierle le fasciature, la mia bisnonna si metteva a piangere e le diceva che i piedi non fasciati le avrebbero rovinato la vita, e che lei lo faceva per la sua felicità futura. [...]

Buon proseguimento donne, che l'amore sia con voi.


giovedì 5 marzo 2015

Donne Innamorate di D.H. Lawrence. RifLettura: due sorelle, due donne

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Mi rendo già conto che sarà una lettura alquanto difficile.
690 pagine e io credo di aver letto appena i primi due capitoli, neanche 100 pagine e già ho perso i foglietti per gli appunti/spunto per le mie riflessioni condivise.
Un libro in cui ogni parola, ogni riga, ogni capoverso, ogni capitolo ha un peso specifico.
Una maratona.
In questo libro cerco mondi a confronto.
Il primo confronto riguarda le due sorelle-protagoniste:

Ursula e Gudrun Brangwen.
Vivono a Beldover, nella casa paterna.
Ursula è una maestra.
Gudrun un'artista.
Se le dovessi disegnare userei due colori (o non colori) contrapposti come il bianco e il nero, nessun grigio di mezzo.
Una tradizionalista provocatrice e una provocatrice tradizionalista.
Le descrizioni che l'autore fa di ciascuna di loro, sono bellissime, toccano femminilità e femminismo, sono descrizioni di donne.
Le due sorelle ripresero a lavorare in silenzio. Ursula aveva sempre quello strano splendore, quasi che una fiamma interiore, purissima, ardesse in lei, imprigionata, irretita, soffocata. Viveva gran parte del suo tempo da sola, chiusa in se stessa, lavorando, trascorrendo le giornate una dopo l'altra, e sempre pensando, tentando di fare presa sulla vita, di catturarla nella sua comprensione, ma in sottofondo, nel buio, qualcosa stava per accadere. Se solo fosse riuscita a sfondare gli ultimi tegumenti! Le sembrava che si sforzasse di protendere le mani, come un infante ancora nel grembo materno, e non ci riuscisse, non ancora. Eppure aveva uno strano presentimento, l'annuncio di qualcosa di imminente.
Una descrizione priva dell'aspetto fisico. Nessun vestito, neanche un colore eppure sembra di conoscerla. Qualcosa di profondo direi, di femminile. Ad esempio il presentimento, le donne lo sanno, sanno sempre tutto un attimo prima.
Le donne sanno ascoltarsi e sanno riconoscere i cenni, i segni e sanno aspettare.
Gudrun era bellissima, passiva, la pelle morbida, le membra tenere. Indossava un vestito di seta blu cupo, con volantini di pizzo di lino azzurro e verde al collo e alle maniche; e portava calze verde smeraldo. La sua espressione, di sicurezza e diffidenza insieme, contrastava con la sensibilità colma di aspettativa di Ursula. La gente di provincia restava intimidita dal perfetto sangue freddo di Gudrun e delle sue maniere altezzosamente sbrigative, e diceva di lei: "È una donna intelligente". Era appena tornata da Londra, dove aveva passato alcuni anni a studiare in una scuola di belle arti, a vivere una vita da artista.
"Speravo che sarebbe arrivato un uomo" disse Gudrun, e si morse il labbro inferiore. Una strana smorfia per metà sorriso e per metà angosciata.
Al contrario della prima, una descrizione molto fisica che fa emergere anche il lato caratteriale della persona. Anche la sua emotività viene accennata da queste descrizioni.
Non suona femminile il morso del labbro inferiore? E quante volte di una donna che fa paura si è detto "è intelligente"?

Le descrizioni in questo romanzo sembrano dei veri quadri d'artista, mi stupisce che nessuno abbia pensato ancora a farne un albo illustrato, certo ridotto.
Voglio aprire un altro contrasto, fra le due sorelle così diverse tra loro ma in questo contrasto così vicine e il mondo nero dei minatori e delle donne dei minatori. Le donne che sanno come va la vita e che per questo si predispongono a viverla in quel modo preciso.
Donne che nemmeno arrivano a pensare che loro stesse possono scegliere di cambiare la loro vita ... ma pur sempre donne, con la loro femminilità e il loro femminismo.
Si, perché in fondo anche loro stanno difendendo un ruolo femminile, quello della donna stereotipo che è sempre stata, della donna che è tranquilla perché sa come deve essere, anche quando subisce violenza.
Bello come Lawrence descrive attraverso gli occhi di Gudrun il quartiere dei minatori, e poi come ci racconta in poche righe la vita intera delle donne fatte, quelle che da quando nascono sanno come dovranno essere:
"Somiglia a un paese di un mondo sotterraneo" disse Gudrun. "I minatori se lo portarono appresso in superficie, a forza di spalare. Ursula, è prodigioso, davvero prodigioso ... è davvero meraviglioso, un altro mondo. Gli abitanti di qui sono tutti demoni del sottosuolo, e tutto quanto è spettrale. Tutto quanto è solo una copia demoniaca del mondo reale, una copia, un demone, tutto insudiciato, tutto quanto sordido. È come vivere nella pazzia, Ursula."
Sarei molto curiosa di sapere come i minatori descriverebbero le due sorelle.
Le donne con le braccia conserte sui grembiuli di stoffa ruvida, ritte a spettegolare all'estremità dei rispettivi isolati, seguivano le sorelle Brangwen con le lunghe occhiate impavide degli aborigeni; i bambini lanciavano epiteti ingiuriosi.
Quante sfumature di femmine (femminili, femministe, donne) in queste prime pagine.










lunedì 2 marzo 2015

Donne Innamorate di David H. Lawrence. RifLettura: convenzioni e passioni a confronto

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Femminista e femminilità, cosa c'entra questo libro con questo argomento? Ancora non lo so, ma lo scoprirò e se non va bene passerò ad un altro libro.
Il 2 marzo del 1930 moriva David Herbert Lawrence ... e proprio oggi voglio cominciare questo viaggio.
Ho scelto donne innamorate perché è un libro che mette a confronto le apparenze esteriori dei quattro protagonisti con il furore che si cela dietro la loro nuda passione, forse ciò che si cela dietro al binomio femminismo/femminilità? Due aggettivi che a mio avviso dovrebbero andare a braccetto (chiaramente considerando una femminilità libera di esprimersi) ma che, per motivi che ancora non comprendo, spesso fanno a pugni.

Atteggiamenti convenzionali e atteggiamenti passionali a confronto, confini e costrizioni, scelte e sottomissioni. Si parla di donne ma anche di uomini, di sorelle ma anche di amici, di tutte le classi sociali. Il tutto inserito in uno spaccato storico in cui la passione viene vissuta come una forza pagana della natura e mi domando a tal proposito: non è che oggi, in Italia, la passione è ancora vissuta come peccato? Come maleficio? come un pericolo?
E ancora mi chiedo: la vita, di suo, non è pericolosa? Insidiosa? A tratti perversa?

Un romanzo che, dal momento che Lawrence si permette di cambiare le carte in tavola, diventa una pietra miliare della letteratura. L'autore scompone/destruttura alcuni elementi canonici della letteratura (religiosità, sessualità, amore) e li ricompone/ri-struttura con un nuovo stile, forse scandaloso per la sua epoca. Scandaloso per la sua epoca? E per la nostra epoca?

Intanto vi presento le due protagoniste donne:
Ursula e Gudrun Brangwen sedevano un mattino nella veranda della casa paterna, a Beldover. Lavoravano, chiacchieravano tra loro. Ursula agucchiava un pezzo di tela ricamato a colori vivaci, mentre Gudrun disegnava su una tavoletta che teneva appoggiata al ginocchio. Per lo più se ne stavano zitte; parlavano quando qualche pensiero passava loro per la testa.
"Ursula," fece Gudrun "non hai una gran voglia di sposarti?" Ursula posò il ricamo in grembo e alzò gli occhi. Il suo viso era calmo e circospetto.
"Non saprei" rispose. "Dipende dal significato che si dà alla cosa."
Gudrun fu colta un po' alla sprovvista. Osservò la sorella per qualche istante.
"Bé," riprese, in tono ironico, "di solito significa una sola cosa! Ma in ogni caso, non credi che saresti ... " si rannuvolò un tantino, " ... in una situazione migliore di quella in cui ti trovi ora?".
Un'ombra scese sul viso di Ursula.
"potrebbe anche darsi" disse. "Ma non ne sono sicura."
Gudrun fece un'altra pausa, un po' irritata. Voleva spiegarsi bene.
"Non credi che sia necessario fare l'esperienza del matrimonio?" domandò.
"E tu credi che debba essere necessariamente un'esperienza?" ribattè Ursula.
Buon viaggio e buona RifLettura.

Donne Innamorate di David Herbert Lawrence (11.09.1885 - 2.3.1930)

domenica 1 marzo 2015

walden, ovvero Vita nei Boschi di Henry D. Thoreau. RifLettura finale

Ai malati, i dottori consigliano giustamente di cambiare aria e luogo. Grazie al cielo, qui non c'è tutto il mondo. L'ippocastano non cresce in New England, e il merlo poliglotta è piuttosto raro. L'oca selvatica è più cosmopolita di noi: essa fa colazione in Canada, pranza nell'Ohio, e si liscia le penne per la notte in un  bayou del sud. Anche il bisonte si tiene a pari con le stagioni, in qualche modo; infatti, esso pascola nel Colorado solo finché un'erba più verde e più dolce non l'attende presso lo Yellowstone. Tuttavia noi crediamo che, abbattute le siepi e alzati mucchi di pietre attorno alle nostre terre, si sia posto il limite della nostra vita e deciso il nostro destino.
In questo viaggio all'interno del mondo di Thoreau ho raccolto il grido della classe operaia, quell'insieme sociale di persone che si trasformano in macchinari perché il lavoro nobilita l'uomo, e così facendo curano gli interessi altrui giustificando la propria sottomissione immedesimandosi nella classe di appartenenza, una classe povera, bisognosa, sfruttata ma unita e felice, stanca ma soddisfatta di lavorare e non sfruttare e spesso aggressiva e/o violenta in silenzio, in casa, con i più deboli.
Sì, perché in fondo in fondo, non è meglio fare il contadino? Lavorare la terra e mangiare il frutto scaturito dal proprio operare che lavorare come un robot per arricchire perbenisti che sfruttano il prossimo insegnandogli ad essere più educato?
E dunque se da una parte è necessaria una forte unità per liberarsi dalla prigionia, dall'altra è proprio questa unità che ci imprigiona.
Una massa per la ribellione, una classe per la prigione.

Ma tutto il mondo è paese e l'uomo è uomo a est e a ovest, a nord e a sud e l'uomo nasce, cresce e muore in ogni dove. Mangia, ama, odia, vive, gioisce e bestemmia in tutte le lingue. Allora forse per crescere, per liberarci dalla prigionia, per comprendere in che modo diventiamo schiavi, forse, è opportuno conoscere la natura e se stessi. Stabilire una connessione con se stessi e poi con il mondo naturale che ci circonda.
Questa connessione crea una conoscenza trascendentale che ci appartiene, e che sposta il limite del nostro orizzonte, oltre la siepe di casa.
Troppo spesso forse l'uomo dimentica che esso stesso è la natura, esattamente come le piante, i cieli e i mari e ... gli animali. L'uomo non inquina la natura, non uccide gli animali; distrugge se stesso!
Sapere che sappiamo ciò che sappiamo e che ignoriamo ciò che ignoriamo è l'unica saggezza possibile.
La consapevolezza di noi stessi e del mondo che ci circonda.

Filogenesi e ontogenesi vanno a braccetto. Microcosmo e macrocosmo. Se ci soffermiamo sul macrocosmo che ci ipnotizza, ci trascina nel vortice, ci fa desiderare ... dobbiamo anche trovare il tempo di ascoltare, osservare, comprendere il microcosmo, solo allora potremo rinnovarci come è salutare che sia. Per questo la lettura e la condivisione sono importanti.
La lettura è un mezzo per conoscere il mondo che non si può raggiungere a piedi, un mezzo per confrontarsi e condividere che fa crescere.
Solo in un percorso di crescita le illusioni spariscono e si rompono come una bolla di sapone in cielo, dando spazio ad una nuova visione delle cose, una nuova visione della vita.

Con questa ultima rifLettura chiudo la chiudo la lettura di Walden, ovvero Vita nei Boschi di Hnery D. Thoreau.

Rispetto alle mie personali rifLetture sorrido e vi chiedo: perché mi scrivete in privato e non commentate in pubblico? È davvero così difficile regalare ad altri le vostre riflessioni?
Io non sono un professore, né un critico, né un letterato con laurea ad honorem ... semplicemente leggo i libri che mi colpiscono a racconto cosa vedo, cosa sento, cosa leggo ... anche sbagliando!

Alla prossima rifLettura condivisa!

lunedì 23 febbraio 2015

Femminista e femminile - anche Miss Shepherd è una donna

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Stamane mi sono dedicata ad una piacevolissima Ri-RifLettura dedicata all'ironia, allo stile di vita nazionale, alle disgrazie disgraziate del mondo. Un autore che una volto conosciuto non si lascia più. Sto parlando di Alan Bennett e del suo La signora nel furgone.
Alan Bennett ci parla di arte e di umanità, in generale, con una semplicità che fa ridere il più illetterato del mondo e fa paura al più letterato.
Sì, perché questo tipo di semplicità non è proprio semplice da rendere.
Finito questo stupido compendio sulla semplicità vi invito a leggere il libro per riflettere sul fatto che, in ogni caso, quando si parla di femminismo e femminilità, si parla di donna. Almeno io credo, se poi c'è altro aggiornatemi e sarò ben felice di studiare e imparare.
La donna è donna, anche quando sembra altro, anche quando non appartiene alla classe del momento, anche quando non è alla moda, anche quando:

Miss Shepherd, facendo concorrenza al crocefisso, stava accanto al furgone in una posa che mi sarebbe diventata molto familiare: il braccio sinistro teso, col palmo della mano premuto sulla fiancata in segno di possesso, il braccio destro pronto a far cenno a chiunque fosse abbastanza stupido da badarle. In quel caso, io. Col suo metro e ottanta di statura aveva un non so che di maestoso; e lo sarebbe stata senz'altro di più se non si fosse conciata in quel modo (impermeabile bisunto, sottana arancione, berretto da golfista e ciabatte di pezza). Aveva quasi sessant'anni.
[...]
Un'altra cosa che notai in questo iniziale rodaggio con Miss Shepherd fu il suo modo di guidare. Avevo appena appoggiato la spalla al retro del furgone, un vecchio Bedford, quando un lungo braccio si protese con eleganza fuori dal finestrino per segnalare, come da manuale, che il guidatore (o meglio io) si stava muovendo. Qualche metro più avanti, prima di girare in Albany Street, il braccio riemerse con una complicata piroetta a indicare la svolta a sinistra; e lo fece con tanta soave grazia che quel capitolo del codice della strada pareva una coreografia di Petipa, con la Ulanova al volante. Poi fu la volta di "Mi sto fermando", meno librato nell'aria perché Miss Shepherd non si era aspettata che io smettessi di spingere; anzi, mi urlò rabbiosamente che lei voleva arrivare in fondo a Albany Street, [...]
Quando non sta nel furgone, Miss S. passa gran parte della giornata seduta sul marciapiede della Parkway, davanti alla banca Williams & Glyn. Vende dei pamphlet intitolati Vederci chiaro sulle cose che contano, che scrive lei,  anche se non lo vuole ammettere. "Io li vendo, ma per quanto riguarda l'autore dirò soltanto che sono anonimi e non ho intenzione di andare oltre".  Di solito scrive per terra con il gesso il tema del pamphlet, senza grandi pretese artistiche. Il messaggio di oggi è: "San Francesco se ne sbarazzava, dei soldi", e i potenziali clienti della banca sono costretti a camminarci sopra.
[...]
uno dei miei vicini più conformisti (niente open space), mi ha fermato per strada e mi ha domandato: "Senti, ma quella è un'eccentrica vera?".

Potrei scrivere tutto il libro e non averne abbastanza, lui è davvero geniale e questo presente onnipresente e sempre vero è molto moderno, nel linguaggio ma anche nel costume, accettare una vicina così eccentrica non è davvero affare da poco.
Tornando al femminile/femminismo, all'essere donna, cosa c'è qui di femminile? di femminista? di donna?

  1. la mano premuto sulla fiancata in segno di possesso? 
  2. il braccio destro pronto a far cenno a chiunque fosse abbastanza stupido da badarle? 
  3. aveva un non so che di maestoso?
  4. il suo modo di guidare?
  5. la protesta rabbiosa perché voleva proseguire?
  6. i suoi pamphlet?
  7. il suo essere un'eccentrica vera?

o forse

  1. la sua testardaggine?
  2. il suo non mollare nonostante l'abbigliamento? 
  3. la sua determinazione nell'affermarsi? 
  4. la sua cura per il particolare? 
  5. la sua satira?
È davvero difficile stabilirlo ma se qualcuno ha dei suggerimenti sono curiosa di ascoltarli.






domenica 1 febbraio 2015

La gallina che sognava di volare di Sun-Mi Hwang e Bompiani

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Eccoci giuntio alla fine dell'avventura de La Gallina che sognava di volare, una fiaba allegorica sulla vita e sulla morte, sull'amore e sull'odio, sul bene e sul male, sul reale e sul fantastico, per me una fiaba allegorica sulla genitorialità e vi spiego perché.
Ricordatevi che se la vicenda la volete leggere tutta la data in cima è quella più recente, la data in basso è quella del primo incontro con il libro.

4 febbraio 2015
Non ho resistito e ho divorato la fine del romanzo? No, della fiaba? No, della favola? meglio, molto meglio. Favola illustrata? si, c'è anche questo. Favola illustrata allegorica? Si, mi piace sempre di più. Ma una favola è per bambini? Questa favola è per bambini di che età? No, una favola non è per bambini ma è per tutti e ognuno nella buona favola coglie ciò di cui ha bisogno in quel momento, a seconda delle sue conoscenze e delle sue esperienze di vita. Nelle favole chiunque può trovare spunti per trovare la giusta dose di fantasia e creatività e ispirazione per alzarsi e andare avanti senza vedere la fine.

Dunque una favola sull'amore e sulla diversità. Una favola sui mille ostacoli da affrontare per coronare un sogno, un unico sogno ed essere felici un momento. Una favola sull'amicizia, sul rispetto e sulle regole condivise. Una favola su ... ma se non fosse una favola con morale ma semplicemente una fiaba che racconta di qualcosa? Una fiaba dove gli animali si umanizzano scambiando sentimenti e parole tra loro. Una fiaba dura e dolce che parla di maternità, paternità, genitorialità e amore. Per me, in questo momento della mia vita, è una fiaba per tutti dai 3 ai 150 anni. Una fiaba allegorica che racconta, descrive nei minimi dettagli mettendo in risalto l'amore ma senza nascondere emozioni più cupe quali l'odio, la paura, la vendetta. Una fiaba che evidenzia l'amore di una madre e di un padre per il proprio figlio, fosse anche adottato.
Io sono madre, ho un figlio di 3 anni che ha delle difficoltà da superare da quando ha 20 giorni e sono fiera quando vede che conduce una vita normale, che si sente forte e allegro, che è felice di andare a scuola e non ha paura delle sfide lanciate dai compagni. Una figlia di 5 anni che oltre al trambusto dell'arrivo di un fratello si è ritrovata una madre preoccupata e stanca, un fratello da accudire in modo speciale, una scuola abbastanza dura da affrontare, amicizie e parenti che si sono allontanati e sono fiera quando la vedo ridere nonostante tutto, mi si scarica il cervello quando la vedo piangere per stupidaggini. Due figli che mettono a dura prova la mia resistenza fisica, che mi chiedono di stare sveglia quando mi si chiudono le palpebre, che mi chiedono di rinunciare ad altro per stare con loro, per aiutarli, per sostenerli ... una testa stanca la mia ma sempre guardinga, soprattutto contro donnole affamate e arriviste che non sanno più amare e scopriranno tardi cosa vuol dire amare i propri figli.
La realtà è che i figli crescono presto e il tempo non si ferma mai, loro presto voleranno via e a quel punto mancano a ogni genitore, che sia per amore o che sia per egoismo (sono forse sinonimi?), mancheranno a ogni genitore e per quanto dura è la lotta per la crescita del proprio figlio, per quanto dolorosi i momenti di ribellione e l'allontanamento ... è un'esperienza che in qualche modo da senso alla tua vita.

Vi lascio qualche battuta per farvi capire cosa intendo.
Leggendo assaggiate la scorrevolezza della lingua e del testo.
Una traduzione davvero degna di nota, vorrei anche io essere così brava.
Non ti accorgi che la fiaba è originariamente scritta in una lingua e all'interno di una cultura, molto lontane da noi:
[...]
"Dormi bene," gli sussurrò Gemma quando lo vide accoccolarsi.
La neve si accumulò e ostruì per l'ennesima volta l'ingresso della tana, che si scaldò in fretta. Colloverde si mise a ronfare, ma Gemma non riusciva a dormire: era giunto il momento di liberarlo dalla corda. Per tutta la notte beccò e ribeccò, finché al mattino si ritrovò stordita, con il becco così dolorante che non riusciva nemmeno ad aprirlo. Ma la corda era sfilacciata: poteva rompersi facilmente. Quando Colloverde si svegliò, gli si riempirono gli occhi di lacrime alla vista della corda logora. Ne prese un capo col becco, Gemma prese l'altro. Tirarono tutti e due, e quella finalmente si spezzò.  [...] Esausta e dolorante, Gemma si rannicchiò.
[...]

3 febbraio 2015
È arrivato il libro dalla Bompiani. Appena finisco di leggerlo vi dico cosa ha lasciato nel mio cuore, nella mia mente, nel mio stomaco. Grazie Bompiani.

28 gennaio 2015
È la prima volta che mi capita. Sono arrivata a pagina 112 del libro e si interrompe nel bel mezzo di una frase per ricominciare dal primo capitolo. L'ho letto e riletto cercando di capire se magari non sono in grado di capire il senso della storia ma proprio non ci azzecca nulla.
In ogni caso ho scritto alla Bompiani, ci sarà stato un errore di impaginazione e sono sicura risolveranno la questione senza lasciarmi priva di un finale tanto emozionante.
intanto vi lascio un pezzetto del libro. Un pezzetto che fa ben vedere quanto i genitori amano, quale è il prezzo da pagare per allevare un figlio, e fa anche vedere quanto è difficile capirsi ma ... a leggerlo tutto ... ci si accorge che ci si ama lo stesso, basta avere fiducia
Una notte Ramingo si agitò per tutto il tempo. Non chiuse occhio. Correva in giro come se lo stessero inseguendo. Era più chiassoso che mai. Gemma, tenuta sveglia dal baccano, decise di scambiare due parole con lui. Ramingo era un caro amico, ma stava proprio esagerando. Soltanto al mattino, quando il germano andò al laghetto Gemma riuscì ad addormentarsi. E poco dopo lui le portò un pesce. Gemma aprì a fatica gli occhi gonfi di sonno e scrollò la testa. "Ti prego, basta. Vorrei che non facessi tutto quel rumore di notte."
Aspettiamo di sapere cosa ci dice Bompiani per il libro tramortito.

notare la foto a specchio
Bompiani mi ha detto che mi manderà il nuovo libro ... spetto fiduciosa, in fondo è sempre stata una casa editrice seria.

24 gennaio 2015
Perché io vivo nella stia e quella gallina è lì fuori sull'aia? Non sapeva che il gallo e la gallina erano polli coreani di allevamento biologico. E non sapeva nemmeno che l'uovo che deponeva lei non si sarebbe mai schiuso, per quanto a lungo lei potesse covarlo. Se l'avesse saputo, forse non avrebbe neppure cominciato a sognare di vederne dischiudere uno.
Hai capito queste galline che riflessioni importanti? Un po' come gli umani: uno ha la sua vita, a volte si ritira e dalla finestra in segreto spia il mondo e vede che c'è altro e lo vuole. Come il desiderio di altro si insinua nel cuore allora ... bisogni primordiali tornano a galla. Passeggiare accanto al gallo e covare il proprio uovo! E poi si diventa invidiosi, di cosa? di una pollastra da allevamento biologico .... a saperlo, ma si diventa invidiosi e l'invidia cresce, cresce, cresce ... e poi, ci si dimentica e si rimane con questo enorme, frustrante senso di invidia.
Ma l'invidia viene presto sostituita dallo stordimento, dalla confusione, dalla paura ... azioni veloci e semplici a raccontarci di questa gallina che sognava solo di poter covare il suo uovo, veder nascere il suo pulcino e poterlo amare, almeno una volta nella vita.
Cosa sono questi bisogni primordiali che vengono fuori? Questi desideri quasi naturali di ... vivere liberi! Che vuol dire vivere liberi? Avere ciò che non si ha? O desiderare di covare il proprio uovo e poterlo amare? Vediamo se Gemma ci aiuterà a comprendere cosa vuol dire vivere liberi ... Io intanto finalmente oggi mi sono seduta fronte mare e sole a leggere, beata, entrando nel mondo di Gemma e per fortuna non ho fatto l'uovo!
Chissà se qualcuno si sta chiedendo a quale autore/autrice può venire in mente di raccontare della libertà attraverso la storia di una gallina?



20 gennaio 2015
Ciao a tutti e scusate la lunga assenza causata da una febbre familiare collettiva prolungata, torno leggendo un libro nuovo rispetto al Canto di Natale di Dickens. Un libro che parla della storia di una gallina.
Una gallina prigioniera di una stia e tormentata da un sogno impossibile: poter covare un uovo e vederlo dischiudere. Eccola qua, intanto vi presento Gemma e mi chiedo quanti di voi abbiano già letto questo libro ... curioso vero?






martedì 16 dicembre 2014

Madre Terra di Mario Pacchiarotti

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Ci tengo a precisare che un libro è un libro e benché i cartacei sono una meraviglia di sensi perché includono un rapporto magico fatto anche di tatto, di odore, di calore, di stropicciamento e di invecchiamento condiviso (le pieghe di un libro sono come le rughe eleganti o stropicciate sul volto di una donna); un eBook è sempre un libro e se non ha le qualità "umane" dei sensi è comunque economico, accessibile a tutti, sempre pronto, leggero, illuminato al posto giusto e in ogni caso rappresenta la possibilità di un viaggio nella vita.

Un libro è un viaggio nella vita in tutti i sensi, un po' come Babbo Natale, la Befana e i Re Magi che riescono a superare il limite fisico del tempo e ad essere in ogni luogo nello stesso momento. Con un libro si può viaggiare nelle vite altrui e nella propria, nel passato nel presente e nel futuro, al centro della Terra sulla sua superficie o addirittura lasciarla per andare oltre, dove nessuno è mai arrivato. Con i libri si può sconfinare l'orizzonte e suonare l'arpa delle emozioni. Un libro serve a non rimanere ciechi anche quando si vede, sordi anche quando si sente, insensibili anche quando si può provare. Non importa che il libro sia cartaceo o digitale, illustrato oppure scritto. La differenza nel libro la fa l'autore e la sua capacità di esprimersi e naturalmente la fa il lettore. Come tutte le cose, un autore va bene per alcuni lettori e non per altri.

In questo momento della mia vita, sono alla ricerca di calma, silenzio e lentezza. Viviamo in un mondo che ha superato, a mio avviso, la velocità di godimento possibile di un'azione. Corriamo talmente tanto che non siamo più in grado di godere dello scorrere della vita. È come se noi andassimo più veloci dello stesso scorrere della vita e volessimo cercare di raggiungere la "velocità Babbo Natale" per essere sempre e comunque e ovunque nello stesso momento. Ma, siamo sicuri che vogliamo fermare il tempo?

Leggendo il libro di Mario Pacchiarotti - Madre Terra mi sono rilassata. Pur leggendolo in due giorni, mi sono rilassata, quasi fermata. Fermata io e non il tempo. Al nascere di questo pensiero nella mia testa mi sono chiesta "ma che sto pensando? Che vuol dire?".
Ho riso di questo mio sentimento quando sono arrivata al terzo e ultimo dei racconti raccolti in questo volume:  Il Papa Nuovo. Eletto in modo assai improbabile, perché nella mente di qualcuno è arrivato un nuovo nome, un pensiero sconosciuto, la necessità di un cambiamento. Mi sono detta "questo libro mi appartiene, mi serve, mi ha chiamato. Non importa cosa scrive l'autore, importa cosa il libro dice a me. Mi parla al di là delle parole contenute ... ".

Il linguaggio che usa Mario in questo libro è semplice. Leggendo emerge la sua attenta ricerca alle parole e al loro accostamento. Un lettore è sempre grato ad un autore quando questi si sofferma a studiare e ricercare un linguaggio semplice, chiaro e coinvolgente.
Il linguaggio usato da Mario ti prende per mano e ti fa entrare quasi fisicamente nel mondo che descrive. Ti porta a conoscere intimamente ogni personaggio incontrato. Troviamo dialoghi e sussurri, tipici di una lettura e non battute serrate e veloci tipiche di sketch visivi.
Questo trasformare la sensazione di un attimo in un tempo dilungato senza perdere la caratteristica sfuggente di un'emozione, di un pensiero, di uno stato che passa per un secondo nella mente di qualcuno è davvero avvincente. Insomma, uno di quei libri che leggi subito perché proprio non puoi fare a meno di sapere come va a finire, pena l'insonnia!

Antonio aveva ormai superato il Grande
Raccordo Anulare, e stava ora procedendo
sull’Appia. All’incrocio di Capannelle, prese una
strada laterale, che si snodava per le campagne, in
direzione dell’Ardeatina.
La parte sud-est della città aveva subito uno
sviluppo edilizio assai discontinuo, e tratti
pesantemente edificati si affiancavano a grandi
estensioni ancora del tutto vergini, dove antichi
casali di contadini sembravano persi per la
campagna, pur trovandosi in realtà a poca distanza
dal centro storico.
Un sorriso si apre sul mio viso nel leggere queste parole. Quasi riconosco la campagna a tratti abusata da un'edilizia incompetente eppure, io arrivavo dall'altra parte da bambina, in macchina con i miei genitori e mio fratello, cantando canzoncine allegre ... questa non è la descrizione letteraria di uno svincolo del raccordo ma è la descrizione di un ricordo. Mario ha descritto in queste righe un mio ricordo, ma forse anche un suo ricordo? Sarei curiosa di andare a vedere se quel tratto di strada è proprio così o, se piuttosto, non era così in quel tempo in cui Mario lo percorreva e ri-percorreva con la sua mente, nei suoi ricordi. La viva descrizione di un ricordo e non la nota descrittiva di uno svincolo reale. Sottile la differenza perché il ricordo richiama il reale ma in più c'è la presenza nascosta della persona che ricorda. Mario, mi resta difficile scrivere del tuo libro perché sento di non avere le tue capacità letterarie nel rendere un pensiero contorto e difficile, semplice. Chissà che io non lo acquisisca leggendo tanti libri tuoi.
Scapigliati, che per Paola era un punto di
riferimento importante nel percorso di fede,
sembrava provare un arcobaleno di diverse
emozioni. Tra queste, il dubbio pareva manifestarsi
più di frequente. La tempesta di sensazioni che
investiva Antonio appariva a Paola per certi versi
simile, ma ne coglieva una differenza basilare:
Antonio pareva convinto di poter trovare una
soluzione al problema che lo angosciava. Il suo viso,
pur esprimendo dubbio e ricerca, aveva i segni della
determinazione ostinata di chi sa di avere la
risposta a portata di mano. Era un volto
concentrato, il suo, ma sereno.
In effetti, Antonio stava dando la caccia a un
pesciolino d'oro. È così che lui chiamava la sua
straordinaria capacità di risolvere problemi che ad
altri sembravano del tutto impossibili da affrontare
[...] un arcobaleno di diverse emozioni [...] emozioni e arcobaleno, che accostamento: semplice, evidente, a portata di mano.  Un accostamento che ti porta in un mondo fantastico, irreale, magico in un mondo impossibile eppure, così reale.
Fantascienza nella quotidianità dei gesti umani e reali. Un surreale che sembra normalmente possibile.
[...]La tempesta di sensazioni che investiva Antonio [...] poche parole per rendere la potenza dello stato emotivo di un personaggio. Sette parole che non formano nemmeno una frase compiuta per descrivere la potenza di una confusione in movimento che ti attraversa e ti travolge in un attimo, quando nella vita succede l'impossibile.
In effetti, Antonio stava dando la caccia a un pesciolino d'oro. È così che lui chiamava la sua straordinaria capacità di risolvere problemi [...] La caccia a un pesciolino d'oro, una descrizione quasi bambinesca per condurti dentro il vortice dell'umano essere di un uomo capace di contenere nella sua serenità la chiusura di cerchi vitali impossibili che danno un senso ad una normalissima vita.

Un uomo, vedovo di una quasi sorella francescana, falegname, credente in qualcosa di lontano dalla religiosità terrena. Una suora fiduciosa e credente, fedelissima. Un conclave desideroso di eleggere un Papa. Un Papa nuovo. Cicli vitali che si intrecciano tra di loro e che si chiudono tutti nello stesso momento, nelle ultime dieci righe del racconto.

Vi ho parlato di questo racconto ma in realtà il libro raccoglie tre racconti. I primi due molto più vicini tra loro ma tutti e tre hanno in comune la capacità di rendere normale l'impossibile. Tre racconti in qualche modo autobiografici ci dice Mario nell'introduzione. Dal mio punto di vista ogni cosa scritta ha un tocco di autobiografico ma questa è un'altra questione.
Madre Terra, la Strada e Il Papa Nuovo; questi i tre racconti che compongono il libro. Chissà che qualcuno un giorno non voglia raccontarci uno degli altri due.
Nuovo originale elegante e coinvolgente, questi gli aggettivi che mi sento di attribuire ed è proprio per la sua eleganza che scelgo di regalare questo libro digitale a Natale ad alcuni amici.
Mario è la dimostrazione che libro digitale non equivale a pessima qualità solo perché è un self-publishing. Anche nell'editoria digitale e del self-publishing troviamo della qualità, come troviamo della immondizia anche nell'editoria cartacea. Bisogna solo rimboccarsi le maniche, leggere, condividere e farsi una opinione personale.


sabato 13 dicembre 2014

Aspettiamo il Natale leggendo ... Canto di Natale di Charles Dickens. Fine

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Pensavo anche che saremmo arrivate in di più alla fine delle letture ma ... da noi è proprio difficile appassionarsi alla lettura. Ma solo da noi? Veramente in altri paesi leggono di più? Comunque Soraya merita di essere nominata perché è sempre stata presente e si diverte alle letture.

Pertanto, essendo preparato in tal modo quasi a ogni cosa, non era affatto preparato a nulla; e per conseguenza, allorché la campana suonò l'una e nessuna forma apparve, dieci minuti, un quarto d'ora, eppure nulla venne. Durante tutto questo tempo Scrooge  giaceva nel letto, proprio nel centro di un fulgore rossastro che lo aveva inondato allorché l'orologio batté l'una; e questo, essendo luce e nient'altro, era più allarmante di una dozzina di spettri [...]. Nel momento in cui la mano di Scrooge si posò sulla maniglia, una voce strana lo chiamò per nome e gli disse di entrare. Obbedì.
L'introduzione dello spirito del presente con questo richiamo al nulla mi sembra già di suo inquietante. Chiunque di noi avrebbe paura di trovarsi di fronte al nulla. Il nulla è angosciante. È spaventoso.
"Io sono lo spirito del Natale Presente" disse lo spettro. "Guardatemi!" Scrooge lo guardò rispettosamente. Era vestito di una semplice toga o mantello di color verde scuro, orlato di pelliccia bianca. Questa veste gli stava indosso così sciolta che il suo ampio petto era nudo, come se avesse sdegnato di essere custodito o celato da un artifizio qualsiasi. I piedi visibili sotto le ampie pieghe della veste, erano pure nudi; sulla testa non portava che una corona di agrifoglio, punteggiata qua e là da ghiaccioli lucenti. I ricci, d'un bruno scuro, erano lunghi e liberi, liberi come la sua faccia gioconda, il suo sguardo scintillante, le sue mani aperte, la sua voce allegra, il suo contegno scevro da ogni costrizione e il suo aspetto gioioso. Alla vita lo cingeva un fodero antico, ma dentro non c'era una spada, e quella vetusta guaina era divorata dalla ruggine. 
Certo è lo spirito del Natale Presente e non il Natale e nemmeno Babbo Natale ma ve lo immaginavate così? O vi aspettavate piuttosto una descrizione con barba e capelli bianchi? Qualcuno mi ha detto: "Ma forse all'epoca il Babbo Natale dal vestito rosso non esisteva ancora?"
"Uomo," disse lo Spirito "se di cuore siete un uomo e non un diamante, lasciate andare codeste frasi ipocrite e malvage finché non avrete scoperto che cosa è l'eccedenza e dove è. Tocca forse a voi decidere quali uomini debbono vivere e quali morire? È possibile che agli occhi del cielo voi siate più indegno e meno adatto a vivere di milioni di persone come il figlio di questo pover'uomo. Buon Dio! È possibile che l'insetto pronunci un giudizio sulla vita eccessiva dei suoi fratelli affamati che stanno nella polvere!"
Sì, devo dire un po' pesante come moralismo e lascio a voi leggere il terzo spirito, quello del futuro ... ! Tutto sommato è abbastanza chiaro perché Canto di Natale di Dickens rimane il libro per eccellenza di Natale ma alla fine, nessuno lo legge fino in fondo e molti lo rifiutano da subito. È vero come dice Soraya che il messaggio finale è positivo e ti riporta in contatto con i veri valori della gioia natalizia, della condivisione e della felicità ma prima di arrivarci ti porta per mano nella selva oscura dantesca e non c'è nemmeno Caronte ad accompagnarci e, diciamolo, la vita è già di suo abbastanza complicata e spesso difficile da digerire che rifletterci troppo sopra non è piacevole.
Vi lascio con la citazione dell'inizio della quinta strofa, per rimettere un po' di allegria negli animi e con una canzone. Una canzone che non c'entra nulla con il Canto di Natale ma che ogni anno a Natale, per motivi vari, torna nel mio cuore e così la lascio qui, subito dopo la citazione ... e Buon Natale con la voce di Barbra Streisand, una donna, e che donna! Tra le sue foto guardo i suoi occhi e mi chiedo "cosa s nasconde dietro quegli occhi?"

Sì, e quella colonnina di letto era la sua. Il letto era il suo, la stanza era la sua. Ciò che era la cosa migliore e più lieta di tutte, il tempo che gli era dinanzi era suo, perché potesse rimediare al passato. "Voglio vivere nel Passato, nel Presente e nel Futuro!" ripeté Scrooge, balzando fuori dal letto. [...]


mercoledì 10 dicembre 2014

La via del pepe di Massimo Carlotto e Alessandro Sanna (finta fiaba africana per europei benpensanti)

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È proprio vero che un libro è come un viaggio, nulla ti può cancellare mai le sensazioni vissute, le cose apprese, i meccanismi emotivi e culturali innescati ... e così oggi ho conosciuto un nuovo scrittore: Davide Enia. In realtà mi è capitato per puro caso di leggere un suo pensiero, un pensiero che mi ha rapito dalla confusione virtuale del mondo in rete e mi sono chiesta "Chi riesce a formulare un pensiero tanto importante, con tanta semplicità?". Quello che ho letto è un suo ricordo,  non lo so ma è molto bello e descrive bene qualcosa di molto attuale. Questo suo ricordo descrive ciò che avviene molto meglio delle mille, foto, immagini e notizie che vediamo e leggiamo nei notiziari.
Leggendo le parole con cui Davide descrive il suo ricordo, per il quale ho avuto l'autorizzazione a condividerlo, subito sono riapparse nella mia mente più emotiva che visiva le parole del libro di Massimo Carlotto, ed è per questo che le condivido qui:
(Su Lampedusa) Tre anni fa, a Lampedusa, un pescatore mi disse: «Sai che pesce è tornato? Le spigole». Poi si addumò una sigaretta, la svampò tutta, in silenzio e concluse: «E sai perché le spigole sono tornate in mare? Sai di cosa si nutrono? Ecco». Buttò la sigaretta e se ne andò. Non c'era niente, davvero, da aggiungere. Di Lampedusa (ero andato per scrivere un pezzo) ricordo le mani piene di calli dei pescatori, i racconti (che non riportai, come da accordo) dei cadaveri trovati sistematicamente tirando su le reti -«Come sempre?», «"Sempre" 'u sai chi bole diri? Sempre» -, qualche barcone arrugginito al sole, forse l'unica forma di testimonianza onesta -corrosione, polvere, ruggine- al giorno d'oggi, i dubbi sul senso del tutto nei piccirìddi e la parola «sbarco» usata a sproposito, ché tutti erano recuperi veri e propri, e il barcone scortato nel porto e i poveri cristi portati nel Centro di Permanenza Temporaneo. E i vestiti dei lampedusani dati loro dagli stessi abitanti, in un rilancio di misericordia che non voleva né riflettori né pubblicità, perché c'era freddo e quelli erano corpi da scaldare.
e ancora:
(su Lampedusa, #2) mi ricordo il tono di voce, calmo, come quando ci si trova di fronte all'inesorabile - una tempesta in alto mare, lo scirocco sull'isola. Agitarsi, lamentarsi: era inutile. Tanto, continuava ad accadere, come accade la risacca, come arriva il maestrale. Con questa flemma, il pescatore mi spiegò che il puzzo dei corpi in decomposizione era talmente penetrante che, per riuscire a recuperare i cadaveri, era necessario prendere le foglie della menta, arrotolarle e inserirle nelle narici. Era l'unico modo per riuscire ad avvicinarcisi, sottraendo alle onde la carne spolpata dalla salsedine. Era l'unico modo per dare ai morti riposo sotto la terra. È questo che accade, non altro, è questa la scanna di cui stiamo parlando, in cui anche la pietà da sola non ce la fa, e ha bisogno delle foglie della menta perché l'umanità, o quel che ne resta, non venga inghiottita dalla tempesta.
In realtà chi sia Davide Enia, io non lo so. È la prima volta che lo sento, che lo leggo e fatico un po' nella lettura a voce alta perché usa la punteggiatura in modo assai diverso dal mio!
Questo pensiero che ho condiviso è molto forte, molto ben fatto, in poche righe ti trascina dentro un mondo. Per questo l'ho apprezzato, il resto lo scoprirò, o forse lo scoprirete voi.

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Mentre spulciavo le prime pagine di Canto di Natale di Charles Dickens, mentre scoprivo il segreto di The Snowman di Raymond Briggs (vedi il video), mentre cercavo libri sul Natale e libri di Natale, tradizioni e credenze popolari in attesa del Natale e di san Nicola. Per un Natale consapevole e soprattutto per un Natale vero, giravo tra una libreria e l'altra cercando di rispondere alla solita domanda di metà dicembre: che libro regalo quest'anno a... ?
Andare in libreria oramai non è più una semplice passeggiata tra gli scaffali e due chiacchiere con un bravo ed esperto libraio che a seconda della persona che descrivi ti sa indirizzare su un libro piuttosto che su un altro.
Oggi ci sono le librerie storiche dove puoi fare le passeggiate di cui sopra ... ma si contano sulle dita di una mano. Ci sono le grandi librerie, piene di gente e di confusione, commessi a volontà ma, soprattutto sotto natale, riescono a seguire dieci clienti insieme e a spolverare gli scaffali possibilmente a un prezzo da miseria e senza giorni di riposo. Oppure ci sono le librerie giovani, quelle che come i funghi sorgono e come i funghi spariscono inghiottite dal niente e dall'inesperienza. Succede spesso di sognare di avere una libreria, di volerci provare ma poi, senza il sostegno di un esperto ... e figuriamoci se in Italia chi è del mestiere da una mano al prossimo. Lo so che è Natale e che dovrei dire: naturalmente i librai più esperti cercano di sostenere il sorgere di queste nuove realtà aiutandoli, inserendoli, consigliandoli. Un po' come un tempo si faceva nel tramandare un mestiere: sarebbe stato meglio l'idraulico, come il libraio, non si fosse estinto nei meandri della globalizzazione!

Anche a voler essere proprio negativi e pessimisti, posso felicemente dire che alcune piccole realtà che cercano di tenderti una mano ci sono, anche se sono difficili da scovare.
Proprio in questo mare dove tutto è possibile ma non c'è mai spazio per nessuno, dove tutti vorrebbero ma nessuno può e chi può non vuole, dove ti concedo una mattonellina se tu mi permetti di accedere ai tuoi contatti facebook, dove ... !

L'unico settore che non muore nell'editoria, in questo momento, sembra essere quello degli albi illustrati. Dicevo, passeggiando in una libreria storica di Testaccio mi è caduto l'occhio su una copertina tendente all'azzurro e ho comprato

La via del Pepe. Finta fiaba africana per europei benpensanti
Massimo Carlotto e Alessandro Sanna
edizioni e/o

Massimo Carlotto che sarei felice di avere come ospite nel mio blog per parlarci di cosa significa essere uno scrittore impegnato oggi, scrive una fiaba africana che possa mettere in serenità i nostri animi europei su una questione davvero penosa, per le nostre tasche e per il nostro cuore: i barconi di trasferimento della umana merce dall'Africa a Lampedusa. Sottolineo Lampedusa e non scrivo Italia perché dal mio punto di vista Lampedusa, in un contesto così definito rappresenta l'Europa e non l'Italia. Mi permetto di ricordare che: Queste persone una volta erano chiamate schiavi ... ma poi la schiavitù è stata abolita e sono diventati illegali.

Massimo Carlotto ci racconta questa illegalità in modo gentile.
Con un albo illustrato da Alessandro Sanna.
Illustrazioni apparentemente semplici, ombre nel mare azzurro che parlano di speranza e di morte, di non vita, di magia di ... illustrazioni che ci prendono per mano e ci accompagnano in questo racconto così elegantemente costruito dall'autore.

Amal parte dall'Africa insieme ad un numero non ben definito di persone che in unico respiro, dolore, fame, sonno, stanchezza, in un parto, in un'unica speranza arrivano alle porte di Lampedusa dove muoiono annegati tutti tranne uno. Amal riesce a parlare con la morte. Questa gigantesca, affascinante, donna ombra che si muove nell'azzurro e innocente mare e forse, questa donna, questa ombra, è l'insieme delle ombre dei numerosi corpi appena morti in fondo al mare, tutti, tutti tranne uno. Il nonno, uno sciamano che parla con la luna. Amal, parla con la morte ... e la tradizione continua.

Illustrazioni di Alessandro Sanna


Una morte di gruppo che uccide ogni speranza, anche la speranza di chi rimane in vita. Una morte cattiva perché aspetta la fine del viaggio prima di portarli via stanchi, tumefatti, sporchi, umiliati, anche il bambino nato in viaggio. Prende tutti in un sol fiato come il bicchiere di acqua che si manda giù veloce con la pasticca del benessere ... o della morte.
Ma di cosa parlano Amal e la morte? 
Io ho regalato il mese scorso questo libro a me stessa, ne ho comprato un altro da regalare ad una persona speciale per Natale. 
Lo consiglio di cuore perché è una storia dolce, melodica, ben scritta che. nonostante la gravità dell'argomento  crea il giusto ambiente per un Natale consapevole.
È breve, ben scritto, una fiaba, illustrata per giunta, tutti possono leggerlo e chi non sa leggere può facilmente ascoltarlo perché non ti perdi, altrimenti sono guai. 
Anche i pigroni lo leggono volentieri.
Mi permetto di regalarvi, sperando che edizioni e/o e Massimo Carlotto e di sue musicisti non abbiano da ridire, il lavoro presentato a più libri più liberi, musicisti e autore leggono questa e altre due storie. Una cosa: Massimo Carlotto se ci leggi, hai promesso e io adesso aspetto di leggere con te: di libri ne ho comprati due!

Il finale molto forte nello scambio tra Amal e suo nonno. Molto europeo nel rilancio di uno o un altro posto dell'Africa dove abbandonare Amal ... tanto l'Africa è tutta uguale. Tanto loro sono tutti uguali. Non vivono nella realtà (di chi?) ma in un mondo di fantasia (di chi?) e sognano streghe e stregoni ... sognano di avere una possibilità ma incontrano streghe e stregoni che li portano a fondo.

Vedi il video di Massimo Carlotto che legge le fiabe de La via del pepe insieme ai suoi musicisti