RifLeggendo

L'autore racconta cosa c'è nel suo cuore e nella sua memoria, l'editore vende il racconto nel modo che gli sembra più adatto a quella storia o a quel pubblico, il lettore percepisce la storia secondo ciò che ha nel cuore e nella memoria. A volte lettore - editore - autore si incontrano per parlare del libro che non appartiene più a nessuno ma ha una vita sua. Mille riflessioni possono nascere dalla stessa lettura, uguali e contrastanti per questo le chiamo RifLetture che sono altro dalle recensioni. Chi recensisce giudica, io non sono all'altezza di giudicare ma sicuramente posso riflettere nelle letture: RifLeggendo condivido qui.
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lunedì 1 settembre 2014

Apnea di Paola Tinchitella

Anche questo post pone l'accento sul femminile, sulla femminilità e sulla donna. Paola Tinchitella ha scritto un libro tempo fa che credo possiate trovare ancora su amazon.
Non so perché ma questa volta fatico a decidere cosa scrivere su questo libro.
La forma è curata e lo stile è umano. Potrei dire un libro scritto col cuore ma tocca spesso lo stomaco,  almeno il mio.
Allora un libro sulla rabbia ma parla di una rinascita.
Parla di una donna che si mette a nudo fino a trovare (o ritrovare) una via. La via. Quella giusta.
Giusta per chi? Per la morale? Per lei stessa? Cosa significa giusto?
Potrei affrontare un'analisi filosofica partendo dagli studi sull'enneagramma che tanto mi stanno a cuore. In questo caso direi che il libro è stato scritto da tre Paole che albergano in un unico corpo. La Paola di testa, la Paola di cuore e la Paola di pancia. Tre Paole che albergano in un unico corpo, certo è che il corpo della protagonista in questo libro è stato spesso messo a nudo, fisicamente ed emotivamente. Coraggiosamente.

Mi permetto di copiare la sinopsi (o sinossi per chi preferisce) da amazon perché io non saprei scriverla meglio (anche perché in fondo io in realtà non so scrivere):
La vita di Isabel, barricata in una cittadina sull'oceano, scorre lenta, non così il flusso dei suoi pensieri, perennemente in corsa. Nel silenzio, in compagnia dell'unico essere fedele della sua vita, scende in apnea, ascolta le voci del suo io in continua collisione con il suo passato; si scontra con le sue nevrosi che, a tratti, prendono il sopravvento, rendendola vittima di se stessa. Quando appaiono gli "occhi cielo" di un "senzanome" a scuoterla, non è ancora pronta a immergersi in essi; dopo aver vinto l'iniziale ritrosia si getta sicura tra le braccia dell'amante. È qui che avverrà la metamorfosi: allontanandosi dalle sue angosce di bambina, Isabel conoscerà appieno le sensazioni di donna, riportando anima e corpo in equilibrio. Dolcezza e passionalità, parole non dette, silenziose riflessioni, momenti estatici di sensualità, frammenti di rabbiosa presa di coscienza, sogno e paranormale fanno da cornice a quest'intensa storia. È la storia della rinascita dopo la sofferenza... 

Dicevo il corpo nudo nella fisicità e nell'emotività. Cito dal libro di Paola
Mi sfioro l'ombelico e sento che lui chiuso dentro me è a un passo. Scivolo via, distesa sul tappeto aspettando che la sua ambrosia mi invada gli addominali, i seni, il collo ... il viso. // Arriva l'intimo che esplode dentro, lui mi raggiunge e mentre scala l'apice della voluttà [...] // E nuove parole sgorgano dagli orgasmi trascorsi, parole fruscianti come pregiata seta.

Cosa mi colpisce di questo libro?
Credo la libertà e l'eleganza con cui Paola si esprime parlando di ciò che le donne, in un mondo dove la morale vale più del proprio fisico, dovrebbero tacere, dovrebbero negarsi di provare e soprattutto di dire. Dove la libertà della donna non deve essere espressa perché fa paura all'uomo. Dove l'uomo spaventato può diventare violento ed essere descritto come "povero uomo" dai giornalisti che incalzano nelle nostre vite trasmettendo in questo modo verità false. "Povero uomo" che preso da un raptus (raptus? rapito dal demonio?) ha rapito, maltrattato, violentato, ucciso e fatto a pezzi quella donna, quella bambina ... Paola parla, esprime liberamente sensazioni fisiche, le descrive talmente bene che sembrano morali, forse sono morali? Probabilmente io stessa curo più la mia moralità che il mio fisico e in parte invidio la capacità di Paola di invertire questo binomio. La invidio ma soprattutto ammiro il suo coraggio che mi sento, in questo post, di sostenere per andare avanti.
E mentre parlo di Paola e del suo coraggio le voglio dire di leggere la storia di donne importanti, donne che ce l'hanno fatta, donne che sono riuscite a scalare gli specchi attraverso i libri di Cristina Morató. In Divas Rebeldes, Cristina Morató parla di Coco Chanel e ci insegna come la sua moda, alta moda, abbia vestito le gran dame della nobile ricchezza di nero, esattamente come lei era vestita di nero all'orfanotrofio da bambina, proprio con quell'abitino che l'ha etichettata a rango inferiore. Nello stesso libro troviamo anche la sofferenza di Eva Perón che dopo essere stata a lungo una schifezza di donna (ma anche di bambina) abusata e maltrattata, è riuscita nella vita a riscattarsi e forse per questo è diventata un simbolo importante.

Paola, l'augurio è che tu possa andare oltre. Tieni duro e continua a scrivere perché sei speciale.
Le risposte che aspettiamo arrivano sempre quando meno ce lo aspettiamo.
Cito dal libro di Paola
"Chiamami appena torni ... non lasciarmi sospesa nel vuoto". Non ho risposta e temo che non l'avrò mai.
Ma non vi dirò come andrà a finire.
In questo libro ognuna di noi può trovare la propria rabbia, o la propria dolcezza, o ...  in questo libro un uomo può capire qualcosa che gli sfugge della sua compagna. Sarebbe divertente osservare una coppia in cui ciascuno legge questo libro per suo conto, ciascuno prende i suoi appunti a margine e vedere poi in che modo ne parlano insieme. Grazie Paola

lunedì 25 agosto 2014

Chiamarlo amore non si può di 23 autrici sulla violenza contro le donne

Eccomi di nuovo qui, post ferie, a leggere e a rifleggere anche se ... le migliori riflessioni si fanno in ferie, con la propria famiglia, condividendo amore e vita con i propri figli, il proprio marito, i propri genitori e gli amici. La mia riflessione estiva riguarda l'essere se stessi. Essere se stessi è diventato esageratamente difficile e sembra che dia fastidio. Norme e regole ovunque sulle buone maniere, sul come vestirsi, sul cosa dire e come dirlo ma poco rispetto delle norme igienico-sociali, niente amore nel pagare le tasse ... per fortuna sono felice di poter dire, nel bene e nel male, sono me stessa e sono così. Parlo di libri anche se non sono una super letterata, traduco anche se non sono bilingue, vado in bicicletta con i miei bambini anche se ho paura di essere investita da una macchina e ho dolore alle giunture, guardo mio marito scapigliato e lo trovo buffo e lo amo per questo. Mi arrabbio con mia madre mentre ringrazio il cielo che esiste o sarei disperatamente persa nella solitudine. Vorrei un paese più sciolto, più sincero, più professionale, più onesto ... ma per ora me la cavo anche così.

Questa estate ho scoperto un libro, non troppo ben fatto ma sicuramente fatto con il cuore.
L'ho scoperto per sbaglio. Cercavo su internet alcuni brani di Edoardo Bennato e mi è apparso il titolo di questo libro che devo dire ha colto la mia curiosità fino a comprarmelo.
La prima cosa che voglio fare, che mi sembra doverosa, è nominare le 23 autrici:
Anna Baccelliere, Alessandra Berello, Rosa Tiziana Bruno, Fulvia Degl'Innocenti, Ornella Della Libera, Giuliana Facchini, Ilaria Guidantoni, Laura Novello, Isabella Paglia, Daniela Palumbo, Elena Peduzzi, Cristiana Pezzetta, Annamaria Piccione,  Manuela Piovesan, Livia Rocchi, Maria Giuliana Saletta, Chiara Segrè, Luisa Staffieri,  Annalisa Strada, Pina Tromellini, Pina Varriale, Laura Walter, Giamila Yehya.

Riporto dalla copertina:
Le autrici e l'editore devolvono all'Aidos i compensi derivanti da questo libro e in particolare al progetto: Salute e prevenzione delle mutilazioni dei genitali femminili in Burkina Faso.
 Salute e prevenzione delle mutilazioni dei genitali femminili in Burkina Faso.
Questa frase da sola già dovrebbe condurre le nostre menti alla riflessione, all'informazione, alla comprensione, al gridare BASTAAAA!

Chiedo scusa se sbaglio e non intendo offendere nessuno anzi, tutta ammirazione; a me ha dato la sensazione di essere un libro fatto più con il cuore che con la testa, con l'emotività che con la grammatica. Un libro più stile Céline (Luis-Ferdinand) che Proust (Valentin Louis Georges Eugène Marcel) ma dall'alto della mia ignoranza chiedo scusa a tutti: autrici, editore, Céline e Proust.
Un libro per tutti ma a chi lo indirizza l'editore principalmente? Cito dal quarto di copertina:
Cari ragazzi e care ragazze che vi affacciate al mondo dei grandi, questo libro è per voi. Perché impariate dai nostri errori, impariate che amore vuol dire rispetto e non sopraffazione, che amare vuol dire permettere all'altro/a di essere se stesso. Insomma l'amore non può essere egoista, altrimenti non lo si può chiamare amore.
Mi sembra una buona idea: 23 autrici, 23 racconti che vogliono portare alla riflessione e al dialogo aperto sull'amore, sul rispetto, sull'altro, sul diverso ... a tutti gli adolescenti confusi del mondo? Be' almeno ai nostri, nel mondo ci sono adolescenti, maschi e femmine che non hanno modo di essere confusi ... anche questa è una bella riflessione. Non citerò ogni racconto ma due o tre:
Aspettò Marco fuori di scuola, il venerdì, quando lui finiva un quarto d'ora dopo. / - Ti devo parlare? / - Di cosa? Aveva detto lui freddo. / - Perché dici in giro quelle cose di me? / Lui fece spallucce. - Non dico niente e comunque te lo meriti, penso. No? / Aveva sentito gli occhi che si bagnavano. / - Senti, se vuoi che tutto smetta, rimettiti con me e basta. / Aveva scosso la testa. / Lui l'aveva presa per il braccio. - Tanto so che mi hai mollato perché sei una stronza. Ti ho visto che facevi la scema con quel tuo compagno sfigato. / Lei non capiva. Non sapeva nemmeno di cosa stesse parlando. Le faceva male il braccio.
- Mi sento così in colpa. Quel bastardo voleva colpire me. L'avevo lasciato e non lo accettava. Lei ha cercato solo di difendermi e lui ... -  disse Lola scoppiando a piangere. / - Conosco bene la storia e rievocarla ti causerà solo altro dolore. Te lo ripeto ancora una volta: non è colpa tua. Tu eri svenuta.
lo sentii farfugliare, parlare tra sé. Non capivo. Stavo mettendo a posto le ultime cose prima di cena, quando all'improvviso m sentii afferrare dalle spalle. // Non ebbi il tempo di realizzare cosa stesse accadendo, perché ... era già accaduto. Gemiti, parole sconnesse il suo posto, sì, il suo posto. Mi lasciò a terra, tremante, sporca, di un lerciume che nessun sapone può lavare e con addosso, indelebile, il suo odore, l'odore acre dell'ossessione. // Mio padre. 
Buona Riflettura. 

giovedì 7 agosto 2014

Un po' d'argento di Bruno Ferrero

Ho scovato questo autore navigando su internet e l'ho trovato geniale. Un autore di poche parole ma buone. Riporto una delle sue storie presa da facebook, dove lo trovate sotto il suo nome e valutate da soli se non è geniale

"Rabbì, che cosa pensi del denaro?" chiese un giovane al maestro. "Guarda dalla finestra", disse il maestro," cosa vedi?". "Vedo una donna con un bambino, una carrozza trainata da due cavalli e un contadino che va al mercato". "Bene. Adesso guarda nello specchio. Che cosa vedi?". "Che cosa vuoi che veda rabbì? Me stesso, naturalmente". "Ora pensa: la finestra è fatta di vetro e anche lo specchio è fatto di vetro. Basta un sottilissimo strato d'argento sul vetro e l'uomo vede solo se stesso". 

(Parole sue al termine del breve racconto)

Siamo circondati da persone che hanno trasformato in specchi le loro finestre. Credono di guardare fuori e continuano a contemplare se stessi. Non permettere che la finestra del tuo cuore diventi uno specchio.

giovedì 26 giugno 2014

Vasto. Written in Italy. Giornata studi sulla mostra evento della letteratura italiana tradotta all’estero

Amici, 
con questa iniziativa estiva sui libri italiani tradotti all'estero per questa estate vi lascio e ci si risente su questo blog a settembre. L'iniziativa la segnalo perché mi sembra estremamente interessante e spero proprio di esserci. Buone vacanze e buone letture
Silvia

l Centro Europeo di Studi Rossettiani, in collaborazione con il Comune di Vasto e sotto il patrocinio dell’Università degli Studi “Gabriele D’Annunzio” di Chieti e Pescara, per il 26 giugno p.v. alle ore 19 ha organizzato una giornata studi dedicata a Written in Italy, la prima mostra della lingua italiana tradotta all’estero che dal 2008 a oggi ha percorso oltre 180mila km ed è stata allestita in 13 città del mondo (Foggia, Roma, Cordoba, Leuca, Skopje, Vilnius, Amsterdam, Seoul, Torino, Doha, Bologna, Montevideo e Sydney).Una giornata studi in cui, oltre a un piccolo ma importante allestimento di una parte della mostra composta da 60 tra i titoli più importanti che fanno parte della biblioteca di Written in Italy, il curatore dell’iniziativa Davide Grittani illustrerà edialogherà sulla passione che ha permesso l’organizzazione della mostra e sul cammino senza precedenti da parte di una biblioteca che contiene autentiche rarità: (leggi tutto).



sabato 3 maggio 2014

Uno sconosciuto nella pioggia di Silvia Corridoni

È sempre stato così, gli sconosciuti mi incuriosiscono.

Persone mai viste e mai conosciute prima, le guardo e penso a quale potrebbe essere la loro storia, il loro vissuto, cosa fanno, che colore preferiscono, cosa amano e cosa odiano, come sarà il loro cuscino da notte, come apparecchiano la tavola quando mangiano soli, e quando mangiano in compagnia, ma in compagnia di chi?
Mille domande e un personaggio prende forma dal niente.
Ma un personaggio è come una persona non esiste senza un contorno e così nasce una storia. Quante storie ho fatto nascere in un momento, in questo modo. Qualcuna è volata via. Qualcuna l'ho annotata e chiusa in un cassetto. Qualcuna ronza ancora nella mia testa in attesa di una locazione.

Non sono un'accademica anzi, il mio italiano è pessimo. Traduco ma non sono la migliore, anzi trovare un buon cliente (veramente buono e che paghi tutto onestamente è davvero difficile in questo settore) ma traduco e me la cavo. La mia fantasia però, quella si che vola bene!
La fantasia è per me madre di una società funzionale piena di individualisti che collaborano al bene della collettività. Purtroppo poi, la vita va di fretta, sembra che se non fai tutto e presto sei peggiore. Non sei all'altezza. Ti emarginano se non sei amante della palestra. Ti usano come capro espiatore se non sei uguale agli altri, tanto per dimostrare che loro sono i migliori. I migliori rispetto a che poi?

Le abitudini uccidono la relazione e così quello che potrebbe essere un caffè di piacere con un amico, diventa un'abitudine alla quale se manchi, sei fuori dal giro. Sei diverso. Desideri cose diverse. Ami cose diverse ... Essere te stesso è quasi diventata una malattia. Forse è la malattia del secolo!
Secondo me troppi caffè fanno male e ritengo che 1,00 euro per un caffè sia tantissimo, quindi, se vado al bar a prendere il caffè con un amico, ci vado con calma, con piacere, mi voglio sedere, voglio parlare con l'amico, voglio sentire che sapore ha il caffè che bevo (in questo Giulia è la migliore persona con la quale andare la mattina al bar e apprezzare il fatto di avere questa possibilità) ... no, perché casomai non vi foste accorti, ogni caffè ha un retrogusto diverso.
Il caffè piace amaro e piace dolce, piace bollente e piace freddo, macchiato, allungato, corretto, lungo, corto ... tutti (o quasi) amiamo prendere il caffè (o altro) al bar con un amico ma ognuno lo prende in modo diverso, ci vuole tempo, calma, apertura e accettazione per vedere il diverso. Ogni miscela ha un gusto diverso. Ogni miscela ha una storia. Ogni miscela ha una tradizione, un diverso rapporto con il sole e con il mare e con il vento ... . Eppure: il paradosso. La cosa sconvolgente della vita sta proprio nel diverso, nel fatto che a voler osservare, ascoltare, comprendere, accettare il diverso, scopriamo sempre un pezzetto di noi stessi. Allora perché farlo scappare? Forse non vogliamo sapere niente di noi stessi?

Non dimentichiamo che il tempo e lo spazio sono la stessa cosa e non esiste l'uno senza l'altro. Se vai veloce nel tempo attraversi velocemente lo spazio ed è come se invece di mangiare, ingurgiti. Non distingui i sapori, gli odori, i colori, i pensieri, le idee ... .
Uno sconosciuto per me è un diverso da me. Uno che vive in un'altra dimensione spazio temporale. Si perché va bene l'orologio ma poi, se ci fate caso, ognuno ha un rapporto con il tempo (la fretta, la calma) diverso e quindi anche con lo spazio.
Partendo dal principio nel quale io credo che tutti siamo diversi anche se sembriamo uguali e che tutti tendiamo, in modo diverso, alla vita; intendendo la Vita come una forza di creazione, attrazione e poi ad un certo punto di caduta; quando guardo uno sconosciuto io guardo un diverso.

Se dovessi per strada incontrare qualcuno del tutto identico a me, mi metterei paura. Qualche amico (scontato e superficiale) penserà subito d'istinto: e ci credo sai che palle incontrare un'altra come te! Ma lo spavento mio verrebbe dal fatto che perdo la mia unicità, che qualcuno possa avere i miei stessi identici, pensieri nello stesso attimo ... brrr ... mi verrebbe da dire "ridammi la mia vita e fatti i fattacci tuoi". Ma uno sconosciuto? Quante cose ci può insegnare?

Uno sconosciuto nella pioggia perché il giorno in cui ho visto questa persona scendere di corsa le scale e nonostante la fretta ha rallentato per guardarmi e sorridermi, pioveva.
Semplicemente pioveva.

Uno sconosciuto nella pioggia

Come un soffio improvviso
han penetrato lo sguardo tuo
gli occhi miei, imbarazzati.

Uno sguardo fuggente - chi sei? -
volato via in dieci note
e più tornato - ma dove? -

Un sorriso vivo, tanto
da sembrare la scia
di una stella frizzante.

Scivolato su di me
silenzioso - brivido leggero -
sulla mia pelle, curioso.

Nelle onde del mare
incontrerò un giorno
l'allegro volto tuo.

Nel calore della sabbia
palperanno i piedi miei,
il mistero degli occhi tuoi.

Sotto la gelida neve
i pensieri tuoi timidi,
bagneranno le mie labbra salate.

Un regalo dal mio libro di poesie. A qualcuno piace, a qualcuno no ma parla di me ... c'è sempre un contorno e spesso non è quello che si giudica ma quello che si accetta.

mercoledì 30 aprile 2014

"I' ho già fatto un gozzo in questo stento" di Michelangelo Buonarroti

Michelangelo Buonarroti 1475 - 1564. Protagonista del rinascimento italiano. Riconosciuto da tutti per essere uno dei più grandi artisti di sempre, senza tempo. Firenze, Venezia, Bologna, Roma ...  i Papi ... La Madonna della Scala, il David, il Tondo Doni, il Tondo Taddei, Mosé, la Pietà, la Cappella Sistina ... scultore, pittore, architetto e ... poeta! Perdonate la mia ignoranza perpetua ma solo in questi giorni, leggendo qua e là, scopro che Michelangelo è stato anche un poeta italiano e non da poco.

Vi riporto il sonetto di Michelangelo che mi ha aperto questo mondo.
Lui scrive di se stesso mentre dipinge la Cappella Sistina: una fotografia!
Certo un corpo umano lo devi saper raccontare in ogni forma per poter essere tanto bravo (quanto scorbutico pare, ma questa è un'altra storia. In fondo, a modo suo, anche lui ha amato).
La barba al cielo, e la memoria sento
in sullo scrigno, e 'l petto fo d'arpia,
e 'l pennel sopra 'l viso tuttavia
mel fa, gocciando, un ricco pavimento.
Chiedo scusa per la mia interpretazione ma non ho proprio nessuna competenza ed è tutto frutto della mia fantasia visiva:

Immagino lui, sdraiato sui soppalchi nella Cappella Sistina. A guardare in alto, il soffitto sul suo naso, dipingere Dio senza vedere il cielo, al buio o con poca luce (questo è quello che immagino io leggendo il suo sonetto).

Michelangelo si descrive, si fotografa:

la barba al cielo - faccia in su.
la memoria sento in sullo scrigno - la testa poggiata sullo scaffale dell'impalcatura
e 'l petto fo da arpia - il petto è quasi un gancio che lo tiene legato al soffitto.
e 'l pennel sopra 'l viso -  il pennello sopra il viso
tuttavia
mel fa, gocciando, un ricco pavimento. - tuttavia mi disegna un ricco pavimento sul viso sgocciolando.

Una fotografia di se stesso ascoltando il suo corpo, senza guardarsi allo specchio.
Lo trovo divino ... a proposito di Cappella Sistina. Buona lettura!


I' ho già fatto un gozzo in questo stento,
come fa l'acqua a' gatti in Lombardia
o ver d'altro paese che si sia,
c'a forza el ventre appicca sotto 'l mento.
La barba al cielo, e la memoria sento
in sullo scrigno, e 'l petto fo d'arpia,
e 'l pennel sopra 'l viso tuttavia
mel fa, gocciando, un ricco pavimento.
E' lombi entrati mi son nella peccia,
e fo del cul per contrapeso groppa,
e' passi senza gli occhi nuovo invano.
Dinanzi mi s'allunga la corteccia,
e per piegarsi addietro si ragroppa,
e tendomi com'arco soriano.
Però fallace e strano
surge il iudizio che la mente porta,
ché mal si tra' per cerbottana torta.
La mia pittura morta
difendi 'orma, Giovanni, e'l mio onore,
non sendo in loco bon, né io pittore.

martedì 15 aprile 2014

Perterra (coltivare il valore del cibo) di Alessandra Nucci

Ricordo che i miei nonni, contadini, falegnami, pastori (in gergo fachocci - tutto fare) lavoravano in una grande azienda agricola e avevano a disposizione un piccolo orto, una vite, qualche albero da frutta, un pollaio, dei maiali, conigli e un forno enorme per fare il pane e la pizza. In cambio del loro lavoro ricevevano uno stipendio e questi beni (preziosi). Mio padre e suo fratello hanno scelto di studiare e andare a stare in città (come il ragazzo della via gluck) e loro dicevano sempre: "ricordatevi che nulla vale più di un pezzo di terra". In effetti, da mia nonna si è sempre mangiato bene: nonna ci insegnava a preparare i dolci, le fettuccine, il pane, il brodo, a pulire le verdure, a riconoscere i sapori di ogni cibo, a fare le marmellate e le passate. Noi giocavamo. Crescevamo sani, con cibo nutriente e corse all'aria aperta. In città tutto era diverso, si mangiava carne da supermercato, enormi pomodori belli da vedere ma meno buoni da mangiare. Si correva poco che c'erano le macchine e altri pericoli sconosciuti. La pasta era già pronta nel sacchetto e per fortuna mia madre faceva i dolci e cucinava. Si parlava di obesità, si allargava il cerchio di malati di cuore, di colesterolo, i trigliceridi crescevano a tutti ma ci è voluto tanto prima che ci si chiedesse "cosa sta succedendo?". Prima che la domanda popolare si fermasse e si chiedesse: "Cosa mi stanno propinando?", tutto era bello, facile, veloce e costava poco.
I miei nonni lo sapevano:
"Non si può capitalizzare la natura, non la si può chiudere in un barattolo e vendere in un supermercato". 
Il mercato è, per fortuna, diventato accessibile a tutti e molti hanno smesso di patire la fame. Ma non bastava che il cibo fosse un bene accessibile a quasi tutti. L'uomo ha sentito come sempre il bisogno di andare oltre, di avere di più, di accumulare beni materiali, e il cibo si è trasformato in un bene di consumo che risponde alla domanda del mercato. Il mercato si è sentito danaroso e finalmente all'altezza dei potenti e ha aumentato la richiesta. Il mercato è cresciuto, la richiesta aumentata, il mercato cresciuto, la richiesta aumentata, cresciuto, aumentata, cresciuto, aumentata fino all'esplosione.
Il cibo non è e non può essere considerato un bene di consumo, deve rimanere un bene primario e di necessità, se possibile accessibile a molti, a quasi tutti, anche se non tutte le tipologie, almeno in tutte le sue varianti (carboidrati, proteine, fibre, calcio ...).
"I bambini sono belli ... ma faticosi!". 
Quante volte abbiamo sentito dire questa frase? Qualcuno dice addirittura: "Sono un gran sacrificio". Alcune mamme si vantano di non aver cambiato la loro vita dal momento in cui il figlio è arrivato a casa. Alcune mamme allattano un mese e dicono "ho allattato", ma è questione di conoscenza, di curiosità, di amore e di passione. L'uso smodato e consumistico del cibo è andato di pari passo con quella che io chiamo "la relazione facile". Pannolini di plastica per bambini, omogeneizzati a volontà già a quattro mesi, asili sin dal primo mese di vita (capisco le mamme costrette a lavorare per esigenza economico-familiare ma non le capisco quando si tratta un'esigenza di status sociale - e speriamo che alcune mie amiche non mi leggano in questo post o mi uccidono). Tutto spacciato per una crescita sana del bambino, in realtà il tutto è stato studiato per una vita comoda delle mamme, che non è un concetto sbagliato ma forse va rivisto e riformulato attraverso diritti e doveri delle mamme e non solo, anche e soprattutto delle strutture appartenenti alle società. Non voglio sembrare un'anti-femminista (tutt'altro) ma non si può essere femministe e pensare che la mamma debba occuparsi del figlio due ore al giorno. La donna ha il diritto di essere madre, ha il dovere di essere madre, ha il piacere di essere madre. Deve essere sostenuta nel suo essere madre.
In ospedale, da una pediatra donna (ma non madre), mi sono sentita dire che mio figlio aveva problemi di riflusso gastro-esofageo perché lo allattavo troppo!
Mio figlio aveva quasi 4 mesi e un bronco non formato. In ogni caso non ho mai sentito morire un bambino per troppo allattamento al seno di mamma. Il problema secondo me è proprio questo. Abbiamo scambiato le comodità del consumismo per una vita di valore e abbiamo distrutto il mondo. Bambini sparati tra mille tate, impegni, scuole ... ma la mamma dov'è? Preparare la torta con nonna, con mamma: che bello! Bello per tutti. Una relazione che si prende il tempo di esistere e crescere sana.
Onestamente non ho ancora letto questo libro ma ho avuto modo di parlare con Alessandra e la sensazione che ho avuto è che lei stia cercando di promuovere questo benessere. Una vita di valori che partono dalla madre terra che dona a noi tutti e ci ama, una madre terra che va curata e amata nel tempo con amore e pazienza. Una madre che dona ai suoi bambini e li ama nel tempo con amore e pazienza. Una relazione dove si impara ad amare e a curare ciò che si ama nel tempo, con amore e pazienza.

Alessandra mi dice:
"Coltivare è una parola bellissima, piena di attenzione, cura e speranza: la cura che richiede la preparazione del terreno, le attenzioni che richiede una piantina per poter sbocciare e la speranza che un giorno possa crescere rigogliosa e carica di frutti. E così, come si coltivano gli orti e le passioni, vanno coltivati anche i bambini ed il loro futuro. Ecco quindi come a doppio filo il futuro si lega al passato, le nuove generazioni alla terra ed il cibo diventa ambasciatore di valori."
Che bella immagine del mondo che trasmettono queste parole. Alessandra per un periodo della sua vita si è occupata di marketing ma dal 2005 è imprenditore agricolo e nutrizionista e queste belle parole credo vengano da questa sua passione piuttosto che dal marketing. Ci spiega, Alessandra, che secondo lei:

"Guardando all’evoluzione della società dagli anni ’50 ad oggi si può evidenziare un minimo comune denominatore che ha caratterizzato tutti i settori e sul quale si è basata la crescita del Paese: la spinta all’acquisto.L’acquisto di beni e servizi è stato considerato il motore per sostenere la produzione. Le ricadute di questa politica, comune a tutti i Paesi industrializzati, si sono tradotte in un approccio consumistico. Questo è vero per tutti i beni, appunto chiamati beni di consumo e purtroppo nemmeno il cibo, fonte primaria del nostro sostentamento, è stato risparmiato da questa logica.
Come conseguenza, la visione del cibo tradotto in merce, ha portato l’industria alimentare a rispondere ai bisogni di una società in forte cambiamento con prodotti alimentari con due caratteristiche essenziali: alta reperibilità e bassa deperibilità."
"Il cibo industriale lavorato, confezionato e pronto per essere acquistato, si è arricchito nel packaging e impoverito nella qualità."
Ed è proprio lei a proporre un legame tra la buona coltivazione del cibo e la crescita sana dei ragazzi, un ritorno al passato ma in modo più attento ed evoluto:
"L’educazione alimentare è guardare con attenzione a tutta la filiera produttiva del cibo. Educare i bambini ed i ragazzi ad una sana e sostenibile alimentazione origina un circolo virtuoso che salvaguardia il nostro ambiente, la nostra cultura, i nostri prodotti, migliora la nostra economia e la nostra salute." 
A questo punto, come dice la mia amica Francesca (che si occupa di catering), direi che per leggere questo libro dovete trovare un momento rilassante e in compagnia di uno snack sano e non di consumismo.  Buona lettura.

giovedì 3 aprile 2014

La voce degli uomini freddi di Mauro Corona

Confesso di non aver letto La voce degli uomini freddi (ancora) ma, per passione contagiata da mio marito, ho conosciuto e seguo Mauro Corona e ciò che la sua vita rappresenta secondo me. Lui è di Erto ed è sopravvissuto al disastro (alla strage?) del Vajont. È facile dire è sopravvissuto al disastro del Vajont. Mi permetto di immaginare (ma spero di non saperlo mai davvero) che sopravvivere ad una strage significhi anche sopravvivere al freddo, al silenzio, al consumismo, ad una rabbia sfrenata che potrebbero portarti nell'abbisso e farti morire comunque ... e a molto altro! Tanti si sono arricchiti con la storia del Vajont e forse uno o due hanno pagato (parlo di responsabili).
Mauro Corona si è arricchito con la storia del Vajont? È una frase che ho sentito dire un paio di volte e mi si è ghiacciato il sangue. Come fa uno ad arricchirsi quando la vita gli viene strappata via?
Nel mio piccolo ho vissuto una rabbia simile. Quando mio fratello è morto io ho ereditato la sua casa ed il mutuo si è estinto, molti mi hanno detto "va be' però la tua vita è migliorata, ora la tua condizione sociale è un'altra!" lascio a voi immaginare la mia rabbia verso tutti quelle persone imbalsamate e laccate dalle mode che non sanno di che parlano (ma spero non dobbiate mai conoscerla veramente).
Mauro Corona rappresenta per me un povero diavolo che, scaldandosi qualche volta con un po' di liquore (e spero per lui con qualche corpo umano),  si è attaccato mani e piedi nudi alle pareti fredde, rocciose, aguzze e impervie delle dolomiti ed è arrivato molto più in alto di chi, ricco e famoso, arriva sulle vette o in alta quota in elicottero. Sarà per questo che si tende a lasciare fuori dalla casta chi nasce povero? Per questo senso di miseria che il povero restituisce allo sfruttatore dalle unghie laccate e i capelli riportati? L'idea che anche i miserabili sono uomini fa tremare.
È per questo che cerchiamo tutti di sembrare bravi, belli e laccati? È così che sono stati laccati i valori della vita?
Chiedo scusa se sono un po' pesante ma sono piccola e insignificante e non do sicuramente fastidio a nessuno. Già una volta ho sostenuto (certo a modo mio ed è molto poco - ma ognuno fa quello che può) Mauro Corona con il libro Vajont: quelli del dopo e mi sento di farlo ancora e lo farò ancora, e leggerò il suo libro.

Nell'articolo dell'ANSA, che riporto di seguito, leggiamo di Mauro Corona:
  "La mia scalata - ha aggiunto - è stata una scalata al contrario e per me, questo premio dedicato a Mario, è il riscatto da una vita scellerata. Quando questa notte tornerò a casa e mi guarderò allo specchio, mi dirò che forse ce l'ho fatta a uscire dall'inferno".
Buona scalata a tutti e buon riposo a Mauro Corona.
Premio Rigoni Stern per Mauro Corona (articolo su ansa.it)

giovedì 20 marzo 2014

Gloria Fossi - Il cuore della statua

Quasi ogni volta che vado ai Musei Vaticani uscendo mi fermo a dare un'occhiata al book shop per vedere se ci sono novità. Lo faccio perché ho un sogno nel cassetto che qualcuno sta cercando di tirare fuori. Non ci sono molte novità di solito ma oggi ho trovato un nuovo libro da leggere ai miei bambini.

Gloria Fossi è una storica dell'arte ed è autrice di molti libri per adulti ma ama i bambini e il loro mondo. Lei ritiene che i bambini si possono portare da subito a mostre, musei, in giro per statue e quadri ... se io fossi un bambino la sceglierei, ma prima vorrei vederla in faccia (io non la conosco purtroppo di persona).  Ai Musei Vaticani ho trovato un suo libro illustrato molto semplice, in brossure e non costa neanche tanto: Il cuore della statua.
Sicuramente tutti avrete già intuito di cosa si tratta ma non vi aspettereste mai da dove parte questo viaggio:

Che nostalgia ... // Chissà se anche la mamma, // da casa, può vedere questa bella luna!// Be', che c'è di strano? Certo che ho una mamma! // È alta, grande, bella, tutta bianca e si chiama Ciregiola // [...] // Ma ... che succede? Chi è questo strano // uomo che mi gira intorno e mi scruta? // Hi, hi! Mi fa il solletico con quelle manone! // E vedo anche che i suoi occhi sorridono, // sotto quel viso burbero! // Che strano, il mio piccolo cuore addormentato // riprende all'improvviso a battere. // Adesso gli sorrido anch'io! // Ce' che c'è di strano? Come sarebbe // che non posso sorridere? // Certo che posso! // [...]
Forza genitori, i bambini imparano tanto da genitori amorevoli che li abituano a non picchiare, ad essere generosi, ad amare l'arte, a dipingere, le lingue, i parchi ... forza genitori diamoci da fare. Questa è la nostra responsabilità principale per il loro futuro.

martedì 17 dicembre 2013

Dire fare baciare lettera testamento di Paola Tinchitella

Vi presento Paola citando subito uno stralcio del suo nuovo libro. In qualche modo ciascuno di voi si può rivedere in questo stralcio, chi andava male a scuola, chi andava benissimo chi odiava le suore, chi odiava la matematica, chi sapeva di essere bravo e chi si sentiva morire se interrogato. Un momento di vita che, spero, tutti abbiamo passato in una direzione o nell'altra. Attenzione a come Paola descrive la scena, un tocco raffinato. Paola infatti riesce ad usare un vocabolario colto e non volgare mantenendo un registro adatto al contesto, un contesto di ragazzi un po' pelandroni e un po' ribelli che non hanno voglia di studiare. Pur essendo un registro complesso, lei non lo involgarisce mai anzi lo rende prezioso facendolo brillare di un vocabolario consono:

Sentendomi sotto accusa o forse solo in colpa, mi porto istintivamente la mano sul petto, in prossimità della medaglia e sentendo la seta sotto i polpastrelli rammento la sua forma e quel rosso fiammante a spiccare sul bianco immacolato. / Abbasso lo sguardo sentendo le fiamme invadermi il viso. / - Ora la nuova regola per guadagnarsi l'encomio prevede gare a tema, materia per materia. Fate conto che ogni materia sia uno stato da conquistare e che, alla fine di questo Risiko tra i banchi, chi vince si porta a casa la medaglia. / Suor "Giustizia" muove qualche passo tra i banchi e io la vedo già in tenuta da generale in procinto di dare ordini ai suoi soldati, la sua tonaca grigia mi sembra una giubba con tanto di gradi e mostrine, e lei un mostro. Ovviamente i soldati sono i suoi geniacci della matematica. / - Sosterrete una gara al giorno - sorrise -  facendo alternare le materie. Domani gara di matematica, uno di voi si avvicini per pescare i nomi dei quattro selezionati per domani. / È la fine. E il groppo che sento incagliarsi in gola è il segno tangibile di quanto io e i numeri non andiamo d'accordo. / I fili grigi che fuoriescono dal velo di suor Angela suggerendomi il rispetto per gli anziani, non riescono a farmi essere clemente con lei, strabordo di pensieri inopportuni su suo conto imprecando sottovoce. / Non so, mi sento un po' boia e farei volentieri a meno della sua faccia attaccata al collo, come farei a meno di quella di Alessandro Gentile, il mio compagno che con la gentilezza non ha nulla da spartire: ghignando fa il mio nome, Dominici. Dopo Brandi, Terlizzi, Fogazzaro, Gli altri estratti dalla sorte funesta. / Sì, è la fine. / - Bene ci vediamo domani, ragazzi. Vi voglio preparatissimi ... dei Leonardo Da Vinci! / Litigare con l'algebra e la geometria  a suon di macchie di biro, di cancellature profonde come ferite da armi da taglio su quei poveri fogli, così lisi da non ricordarsi nemmeno più di essere usciti a quadretti dalla cartoleria. / [...] /Arrivato in punta di piedi, con il cervello liquefatto, in prossimità della finestra, scavalcando le insidie della corsa a ostacoli tra seni e coseni, teoremi e postulati ... penso che mi occorrerebbe una corda per calarmi incolume da quel secondo piano e l'unica corda di cui dispongo qui è un astrattissimo elemento geometrico, di cui Fogazzaro sta raccontando a stento le possibili applicazioni, proprietà e soluzioni, che a suor Angela fanno venire l'acquolina in bocca e a me il voltastomaco. / Eppure quella corda mi ha salvato. Aver pensato involontariamente a quella corda per fuggire mi salva; una sorta di premonizione che mi guida a cercare nei meandri della mente tutto quello che il libro pensante mi aveva fatto digerire. //
Ma questo è solo un assaggio del libro che è un gioco, forse una follia, forse un modo per scuotere gli animi di chi in questi ultimi anni, in questi ultimi lustri, si è lasciato assopire. Dire Fare Baciare Lettera Testamento, Dire Fare Baciare Lettera Testamento ... un gioco che si ripete, un gioco che ti attrae. Un insieme di storie slegate ma anche collegate tra loro dalla capacità di vedere, assaporare e accettare anche il peggio di se stessi. Leggo e rileggo, rifletto, rileggo e rifleggo sensazioni ed emozioni che vanno e vengono, che tornano e scompaiono. Posso leggere il libro dall'inizio alla fine o viceversa, posso anche partire dal centro. Il risultato non cambia, microstorie che in pochissime righe ti incuriosiscono, ti appassionano, ti fanno vivere intensamente la loro vita e poi ti salutano proprio come non te lo aspettavi. È un libro incredibilmente diverso dagli altri.
Vi regalo piccoli assaggi per farvi vedere la genialità della sua scrittura, ma nessuna citazione, se non il libro per intero, possono spiegare realmente quanto questo libro sia diverso. Forse di questo libro posso dire che è qualcosa di veramente nuovo, nessuno scopiazzamento:

[citazione. Sula gestualità]
Si passò i palmi delle mani sulla fronte e sui capelli, e poi di uovo sulla fronte fino a stropicciare gli occhi o forse la mente, per scacciare via quell'incubo che sembrava non promettere risveglio.
[citazione. sul sentire]
Come sto? Disarmata. Io, così disarmante nei giorni fertili d'amare, ho seppellito armi femminili, mentre tra le mani dovrei stringere punteruoli aguzzi di cinico realismo per conficcarli al centro di questa passione vampira. In questo esatto punto, al centro dei miei seni dove lascio che muoia la notte, tra stragi d'istanti sanguinanti già finiti in un tempo imperfetto. 
[citazione. Sui sensi di colpa]
La cosa incredibile di chi si sente colpevole è che farebbe qualsiasi cosa a favore di qualunque sconosciuto per mettersi l'anima in pace e soprattutto per sentirsi innocente e buono, vittima del fato avverso e di una società ingrata. 
Ho quasi la sensazione di trovare il peggio di me quando leggo il libro di Paola. A volte affogo nel mio peggio senza saperlo e lo riconosco troppo tardi. Leggendo Dire Fare Baciare Lettera Testamento è come se lo toccassi per mano (il mio peggio, attraverso le pagine del libro), un po' mi fa paura ma lo riconosco, lo conosco e so di cosa si tratta, così non ho più paura e forse prima di agire, scelgo.
Ho chiesto a Paola che cosa vuol dire quello che scrive e mi ha detto che in questo libro:
... il mio obiettivo ed il mio sentire quando mi calo nelle storie altrui… e guardo sempre prima il mio intimo, la mia storia personale, e cerco di far uscire la parte oscura dell’umano perché si sceglie un attimo dopo il sentire.

lunedì 28 ottobre 2013

La grande fabbrica delle parole - Agnès de Lestrade e Valeria Docampo

Agnès de Lestrade è l'autrice e Valeria Docampo l'illustratrice. Il libro è edito da Terre di Mezzo. Un editore conosciuto ma non facile a trovarsi. Nelle librerie mi hanno risposto: solo su ordinazione. Insomma io vivo a Roma, oserei definirla una città grande. Alla fine l'ho ordinato via internet e ho scoperto che pubblicano dei libri molto belli. A parte questa sviolinata sull'editore, questo libro è quello che in questi ultimi anni mi ha emozionato più di tutti. Si, emozionato! Un libro per bambini raccontato da adulti. Un'idea geniale, che non è solo un libro:

[citazione] C'è un paese dove le persone non parlano quasi mai. È il paese della grande fabbrica delle parole. In questo strano paese, per poter pronunciare le parole bisogna comprarle e inghiottirle. 

Vi rendete conto quanto è geniale? Descrive la terribile realtà nella quale viviamo in modo molto semplice e giocoso. In poche pagine ci si incontra (e non ci si scontra) con la vergogna, la rabbia, la tristezza, la gioia e l'amore ... cinque emozioni molto importanti nella vita di un essere umano. In poche parole impariamo che queste emozioni vanno accettate e insieme a loro bisogna andare avanti come si può. Sono le nostre emozioni, siamo noi. Oltretutto io ho sentito leggere questo libro da uno dei lettori di Nati per Leggere, sfortunatamente non ricordo il suo nome (la realtà è che io sono una zucca vuota) ma lui è stato molto bravo a leggere questa storia e la storia mi è rimasta nel cuore. Il protagonista è triste, il suo rivale ha speso un capitale per le parole da dedicare alla ragazza di cui entrambi sono innamorati. Erano tante parole, belle e pronunciate ad alta voce. Lui aveva solo tre paroline scollegate fra loro ma le regala a lei con amore, rinunciando ad altro, credendo di non ricevere nemmeno un grazie ma questo sente il suo cuore e questo il protagonista fa.
ho letto questa storia a mia figlia per vedere se colpisce solo gli adulti o se fa effetto anche sui bambini, le è piaciuta molto e mi ha detto "mamma mi piace questa storia. Mi piace mi piace tanto, grazie."
La grande fabbrica delle parole non è solo un libro, non è solo un racconto, è un laboratorio gratuito reso possibile da professionisti e da appassionati di scrittura, nasce a San Francisco nel 2002 ed è un meraviglioso strumento di integrazione, di crescita e di condivisione. Un progetto difficile da capire, soprattutto da chi non vuole condividere ma vuole semmai essere tollerante con gli altri, ma chi sono gli altri? E chi sono i tolleranti?

martedì 22 ottobre 2013

Silvia Corridoni -Concerto allo stagno delle rane

Da bravo counsellor credo che la relazione umana sia la base di tante cose, di tutte le cose, almeno di tutte le cose umane. Da bravo gestaltista credo che il fare sia meglio del pensare. Leggere è fare e ci permette di pensare. Leggere con i propri figli o nipoti è un modo eccezionale per costruire insieme questa relazione. I miei figli, da quando sono nati, sono abituati a sentirmi leggere per loro. E' un modo di stare insieme, è un modo di contenere i bambini,  anche quelli più eccitati o esaltati (a seconda di come il genitore li definisce). I bambini amano ascoltare le storie, li aiuta ad entrare in contatto con il mondo (apprendono parole, apprendono concetti, apprendono l'arte, la geografia etc... e lo stare insieme!). Li aiuta ad esprimersi, gli permette di sentire il calore della famiglia ... stabilisce la loro relazione di piacere con l'oggetto "lettura". I bambini molto piccoli amano toccare i libri, amano sfogliare i libri, amano rompere i libri, amano guardare le figure dei libri, amano scoprire le prime lettere e i primi numeri. Leggere con i più piccoli è anche manipolare fisicamente il libro. È condivisione con la mamma (o papà o nonna o chi legge per loro), condivisione con un fratello/amico del momento di lettura. Leggere è stimolare in loro la curiosità e poi rispondere alla loro curiosità con la fantasia, con altre letture. I bambini abituati a leggere da piccini piccini, da grandi ameranno la lettura.
Come leggere ai bambini è un'altra cosa che i genitori devono chiedersi, apprendere e ... Intanto ci tengo a dire che, secondo me, bisogna  leggere CON i bambini e non AI bambini. Leggere con i bambini deve essere un gioco altrimenti, se non è divertente, non piace né a voi né a loro. Se a voi leggere pesa mentre a nonno piace, lasciate che sia nonno a leggere libri con i vostri bambini ma spingeteli a farlo, dategli dei libri con cui possono giocare ... Più relazioni possibili sono sempre più educative di una sola relazione possibile. So che quando i bambini sono molto piccoli e ancora non interagiscono (ma anche dopo) spesso ci si imbarazza nel leggere  loro delle storie ma  leggete con imbarazzo, leggete cercando con la voce e i gesti di far uscire i personaggi dal libro, come si materializzassero a fianco a voi, dentro di voi: vi divertirete! I bambini amano la voce di chi li ama, amano sentire il suono delle storie, guardare le figure delle storie, amano fare domande mentre gli si legge, amano provare a riconoscere le parole scritte, vi correggono se sbagliate anche se non sanno leggere e il loro vocabolario cresce ogni giorno.
Oggi vi regalo un'altra delle storie che ho scritto per mia figlia nella speranza che le vogliate leggerla CON i vostri bambini divertendovi. È una fiaba che inizia il bambino alla routine della sera e della nanna, si inizia con una storia e si finisce con la ninna nanna e poi si dorme (speriamo!). Buona lettura.
CONCERTO ALLO STAGNO DELLE RANE
Alice attraversa il giardino di casa con in testa il suo cappello magico, scavalca la siepe ed entra nel bosco incantato. Dal cappello esce Giallo, il coniglio bianco. insieme passeggiano sul sentiero che porta ovunque. Ad un certo punto Alice sbadiglia e dice: "Sai Giallo, sono proprio stanca, avrei davvero bisogno di riposare un'oretta. Oggi è stata una giornata faticosa" Giallo il coniglio bianco ha un'idea: "Vieni Alice, ci penso io". Lasciano il sentiero principale e si dirigono allo stagno delle rane. Giallo spiega ad Alice: "Ho sentito dire che ci sarà un concerto, ti piacerà!" Arrivati allo stagno, una rana accoglie giallo il coniglio bianco. "Sai amica, Alice è molto stanca. Potresti trovarle un buon posto per ascoltare il concerto e riposare?" La rana ci pensa e poi invita Alice a sdraiarsi sui petali di un grandissimo fiore di loto. Una foglia si alza sopra di lei per proteggerla dal venticello e il fiore di loto galleggia dolcemente sull'acqua...facendo galleggiare anche Alice. improvvisamente escono un centinaio di rane, tute ben vestite. Giallo il coniglio bianco, siede su un lato del fiore di loto di Alice. Le cento rane intonano un coro di sottofondo e la rana solista canta una melodica ninna nanna .... (mamma canta per me e buonanotte).

lunedì 14 ottobre 2013

Umberto Eco - La misteriosa fiamma della regina Loana

Questo non credo proprio sia il libro più importante e famoso di Umberto Eco ma io lo adoro. Racconta la storia di Yambo che, a seguito di un incidente perde la memoria autobiografica ma non la memoria semantica, ovvero non sa niente di sé ma sa tutto della storia, della scienza, della geografia e così via. Di se stesso non ricorda e non riconosce più nulla: il vuoto. Nemmeno la moglie. Sarà proprio la moglie ad accompagnarlo nella vecchia casa di campagna a rovistare nel suo passato, sperando che un immagine, un oggetto, uno scritto, un odore possano improvvisamente far riemergere il suo passato dentro di lui.  Lui stesso ci spiega cosa sta tentando di fare:
[citazione dal testo]
Ci sono stati altri giorni (cinque, sette dieci?) i cui ricordi si amalgamano, e forse è bene, perché quello che mi è poi rimasto è stato, come dire, la quintessenza di un montaggio. Ho incollato testimonianze disparate, tagliando, collegando, vuoi per naturale sequenza delle idee e delle emozioni, vuoi per contrasto. Quello che mi è rimasto non è più quello che avevo visto o sentito in questi giorni, e neppure quello che potevo aver visto o sentito da bambino: era il figmento, l'ipotesi elaborata a sessant'anni di quello che avrei potuto pensare a dieci. Poco, per dire "so che è avvenuto così", abbastanza da riesumare, su foglio di papiro, quello che presumibilmente potevo aver provato allora.
La ricerca della memoria autobiografica di Yambo è il pretesto per accompagnare il lettore a fare una passeggiata tra la guerra e il fascismo, andaimo un po' a vedere cosa succedeva alla gente comune! Da questa intensa lettura piena di messaggi e significati io ne ho estrapolati due semplici semplici. Il primo messaggio che io, inesperto lettore e non-recensore né critico, colgo nel leggere è l'importanza di andare oltre; l'importanza di approfondire ciò che ci viene detto; il non fermarsi alla prima fonte di notizie. Già allora "quelli che contano" usavano i mezzi di comunicazione per diffondere un sapere controllato e correnti di pensiero strutturate (vedi anche articolo su Juan Diego Botto), così attraverso Yambo scopriamo che suo nonno, per non farsi fregare come un fesso, quando ascoltava una notizia dalle emittenti radio o la leggeva dai giornali, poi l'andava a controllare con le emittenti radio inglesi: un ottimo esercizio questo per allenare il nostro cervello a pensare, a scegliere, a valutare e non semplicemente a incamerare e riportare. Lo leggiamo nelle poche righe che cito:
[citazione]
Comunque a margine il nonno aveva segnato a margine rosso, come in molti altri numeri, "RL, presa B. 40000 prig." RL voleva dire evidentemente Radio Londra, e il nonno confrontava le notizie di Radio Londra con quelle ufficiali.
Un'altra piccola nota che ho messo su questo libro riguarda una canzoncina che sentivo cantare quando ero bambina, una canzoncina che mi divertiva tanto e della quale nessuno mi ha mai raccontato la storia o spiegato il significato.  mi capitava, da bambina, di sentir cantare la canzone su Pippo che non lo sa e che immagino conosciate tutti:
[citazione]
Ma Pippo, Pippo non lo sa, / che quando passa ride tutta la città / e le sartine, / dalle vetrine, / gli fan mille mossettine. // Ma lui con grande serietà / saluta tutti, / fa un inchino e se ne va, / si crede bello / come un Apollo / e saltella come un pollo. / Sopra il cappotto porta la giacca / e sopra il gilè la camicia. / Sopra le scarpe porta le calze, / non ha un botton / e con le stringhe tiene su i calzon. //  Ma Pippo, Pippo non lo sa, / che quando passa ride tutta la città / si crede bello / come un Apollo / e saltella come un pollo.
A me da bambina faceva tanto ridere ma ecco che, leggendo questo libro scopro qualcosa, e la canzone prende un altro significato:
[citazione]
La radio ora cantava un inno marziale che evocava l'immagine di una sfilata di giovani Camicie Nere, ma subito dopo il panorama cambiava, e per la strada passava ora tale Pippo, poco dotato da madre natura e dal suo sarto personale, che sopra il gilè portava la camicia. [...] Ma chi passava per le vie della città, i Balilla o Pippo? E la gente di chi rideva? Forse il regime avvertiva nella vicenda di Pippo una sottile allusione? Era forse la saggezza popolare che ci consolava con tiritere quasi infantili di quella retorica dell'eroismo che si doveva subire a ogni istante?
Che vi devo dire io trovo Umberto Eco, che non me ne voglia ma non mi leggerà mai, lui a me, a volte un po' noioso ma, per esprimermi da finto professionista, geniale e sottile.

martedì 8 ottobre 2013

Mauro Corona - Vajont: quelli del dopo

Ho già ricordato a inizio anno del Vajont ma oggi è proprio l'anniversario e ho deciso di parlarne ancora. Ne parlo attraverso il cuore, gli occhi e le parole di una persona che il Vajont lo ha vissuto. Mauro Corona nasce a Erto nel 1950, è un burbero con una testa intelligente, è uno scultore e un uomo che racconta verità!
Corona ha scritto un libro: Vajont: quelli del giorno dopo. Una pièce teatrale molto cruda. Non ha inventato e non ha fantasticato. In questo libro fa parlare due volti di una stessa medaglia: coloro che hanno vissuto il Vajont e che quel giorno hanno perso tutto: casa, lavoro, famiglia ... anche le mutande; e coloro che nel Vajont ci sono arrivati dopo per aiutare, per fare soldi, chi lo sa? Lui li fa parlare senza giudicarli. Lascia che ha giudicarsi siano loro stessi nel dialogo, nella pièce teatrale che purtroppo non mi è capitato di vedere rappresentata, ma qualcuno l'ha rappresentata?
Il libro inizia così:

"Alle porte dell'autunno ua notte di tragedia era calata sulle case del paese addormentato dalle fatiche e tra le vie dove per secoli aveva pulsato il cuore della vecchia Erto. Fu come un colpo di falce. Il 9 ottobre 1963 alle 22.45 duemila persone entravano nel nulla per ambizione e interessi altrui." [...]

In questo incipit non solo si descrive una tragedia che per molti è meglio dimenticare e che addirittura ci si vergogna un po' a guadagnarci sopra (visti i tempi e le facce sfrontate dei miliardari di oggi mi aspettavo più marketing intorno alla cosa, ma evidentemente l'hanno fatta proprio grossa ed è meglio non parlarne). Cosa è Erto oggi? Il ricordo di un paese che non esiste più? Con gente che non ci vive più? con fantasmi e polvere? Oppure un paese rinnovato da gente nuova, dalla ricostruzione di una catastrofe che sta diventando un ricordo e che ora sta rinascendo con gente nuova?

Io ne parlo perché da piccola ricordo che mio padre mi raccontava che lui è stato là: era militare e lo portarono insieme a tanti altri là, a raccogliere i morti, erano troppi per essere contati ed erano troppi per credere addirittura che fosse vero ... racconta mio padre ... era la guerra!!
Da grande mi sono innamorata di un uomo che ha radici da quelle parti e che all'epoca era già nato. Lui, mio marito Alessandro, ama la montagna (tanto che un dì con altre tre persone si è andato a fare una passeggiatina di 15 giorni in Patagonia, nello Hielo Continentale Sur, al ghiacciaio Uppsala ... a piedi!). Lui è cresciuto tra Roma e Pecol (un paesino nella Valle Zoldana, sull'altro lato di Longarone) e naturalmente anche lui mi ha parlato diverse volte di questa tragedia. Io sono giovane rispetto a questa tragedia e l'ho solo sentita raccontare. Mi ha impressionato come in un attimo l'avidità dell'uomo possa spazzare via tutto e mi sembra che sia proprio questo che sta succedendo alla terra intera. Il Vajont, come altre tragedie, non hanno insegnato nulla. Pochi uomini ma buoni, hanno il dominio della terra e sono talmente avidi da non accorgersi di quello che stanno facendo, accumulare, accumulare e accumulare questo è il loro unico interesse. Ma niente commenti patetici. Leggendo questo libro ho l'impressione di ascoltare due mondi paralleli, chiusi in due spazi temporali diversi, che si fronteggiano. Uno chiuso nel passato della tragedia, fermo là, come se nemmeno un giorno fosse passato da allora, come se negli occhi di queste persone esistente un solo momento eterno: il 9 ottobre 1963 alle 22.45. L'altro è il tempo evoluto, di chi è andato oltre, o forse arrivato dopo. Il tempo di chi racconta qualcosa in ogni dettaglio ma che non lo ha impresso negli occhi. Il tempo del futuro, che non conosce passato se non nei racconti di chi li fa e di chi li ascolta.
L'autore di questo libro, tanto è preciso nel suo reportage teatrale, ci avverte:

"Questo testo è il prodotto di un paziente ascoltare discussioni e affermazioni, debitamente registrate. E' solo storia ertana, gli altri paesi coinvolti nella catastrofe non c'entrano"

Cito due parti separate dell'opera per farvi capire i toni con cui la riporta e la presenta, per il resto vi auguro di leggerlo e di non dimenticare, anche se non c'eravate, anche se non avete avuto morti:

[...] Jan, quasi con ira: Sta' zitto tu. Cosa parli, non hai avuto morti, nel '63 non eri neanche nato. Ma io non ho più nessuno, né genitori né fratelli. Cinque, tutti giù, nella melma e nemmeno trovati. Neanche una tomba per piangere, niente. E dovrei stare zitto! (poi rivolto ancora verso la foto) Maledetti, che Dio vi maledica in eterno. [...]

[...] L'oste interviene deciso: Paolini ha fatto un miracolo, un lavoro eccezionale, e se oggi viene gente a vedere il paese la domenica, e pure il sabato e quasi tutti i giorni, è merito suo.  Ho potuto riaprire l'osteria grazie a lui. Prima qui non passava anima viva. Potevi dormire sulla strada. Adesso viene gente e mangia e beve, e si può campare. Merito suo e di quell'altro che ha fatto il film, quello ... come si chiama ... ?
Primo avventore, senza alzare gli occhi dal bicchiere: Martinelli si chiama, Renzo Martinelli. [...]

Il resto lo lascio a voi, direi che entro dicembre vale la pena leggere questo libro uscito ormai nel 2006. Capisco che a volte la brutalità fa paura ma a volte aiuta anche a capire e a guardare il mondo indossando occhiali diversi.

Erri De Luca - Il contrario di uno

Il titolo di questo libro che ha visto la sua prima edizione nel 2003, mi ha colpito in questo momento perché di fronte ai miei due figli piccoli, io mi trovo sempre a dire: uno + uno non fa due ma fa dieci. Così ho deciso di sbirciare tra queste righe. Come avrete capito vi sto raccontando i libri che ci sono nella mia libreria e quando saranno finiti vi saluterò, di libri di questo autore ne ho diversi ma questo era ancora in attesa di lettura. Avrete ben capito oramai che la questione "tempo", insieme a quella di "personaggio", è quella che mi sta più a cuore di tutte. Dunque vi dico che tra le righe di questo libro ho trovato, sempre secondo il mio modesto parere, una splendida descrizione del movimento che ti fa entrare in uno spazio per assaporare emozioni che forse nemmeno conosci. Leggiamo lo spaccato di uno squarcio nel tempo. A quale tempo appartiene questo spaccato? Certo non ve lo dirò io, è scritto talmente bene che potrebbe appartenere a diversi momenti storici che hanno come filo conduttore proprio quelle emozioni ma per saperlo dovete leggere il libro. La magia di questo libro è `per me la non-descrizione delle emozioni e degli stati d'animo. La capacità dell'autore di farci vivere le emozioni e gli stati d'animo del personaggio senza descrivercele è straordinaria. Una delle cose più difficili da fare nella vita è proprio quella di vivere invece che di raccontare la vita, come è, come dovrebbe essere, come sarebbe e intanto si temporeggia per paura di vivere, ma ricordiamo cosa ci ha detto Turgenev? Vivete prima che sia troppo tardi! Con una breve ma splendida citazione e una breve lettura a video a seguire, vi saluto affettuosamente:
[...] Hai poco vantaggio, qualche metro, ma con la sortita hai scombinato, per qualche secondo, il loro galoppo, li hai sorpresi. Vedono te soltanto, ma gli frulla il dubbio che ce ne sono altri, per un altro secondo guardano intorno. È un vecchio vizio del timore, quello di non fidarsi dei propri sensi in punto di concitazione. Ne profitti e guadagni metri. Hanno capito infine che sei solo una scheggia, quella che sbatte contro le gambe larghe di cui abbattere un albero con l'ascia. Dietro di te scoppia la loro collera e li trascina alla rincorsa, senti che qualcuno strilla d'acchiapparti, pensi: meglio ancora, sprecano a gridi la riserva d'aria, in venti, trenta metri avranno il fiato spento, si dovranno piantare in piena corsa a rifiatare. intanto hai scomposto il loro inseguimento, i tuoi sono al riparo e tu puoi rallentare, tentare di raggiungerli nel posto successivo, già concordato in caso di fuga. Tu: chi sei? / Sei uno che un giorno dentro un carica delle truppe sei rimasto fermo. T'è venuto sgomento per la corsa sgangherata di quelli intorno, che se uno cadeva gli altri magari gli passavano sopra con il panico. Ti dava pena la corsa goffa di molte ragazze che allora non andavano in palestre e per i parchi a fare allenamenti. 

Nadia Fusini - Due volte la stessa carezza

Il mio incontro con questo libro `stato del tutto casuale. Lavoravo in un negozio al centro di Roma allora e qualcuno lo dimenticò sul divanetto. La mia rigidità mi portò ad aspettare 6 settimane che tornasse il proprietario, prima di portarmelo a casa e leggerlo e chissà che invece non fu dimenticato di proposito e forse un giorno lo restituirò alla strada. Uno strano libro. La prima volta che l'ho letto in realtà non ho capito nulla e ho concluso che non era un bel libro "e poi chi è questa Nadia Fusini" mi domandavo. Ma già se ti domandi qualcosa, il libro è un buon libro! Dopo qualche anno il libro cadde dalla libreria e mi colpì sul piede, lo guardai e dissi "e va bene, provo a rileggerti ma non ti prometto che arriverò alla fine, non mi piaci". Arrivai fino alla fine! Mi viene da dire "Nadia Fusini scrive bene" e poi penso 'certo se Nadia Fusini leggesse questa cosa nel mio piccolissimo blog, scritta da me che non sono nessuno direbbe che sono una pazza egocentrica presuntuosa' eppure quelle sono le parole che mi vengono in mente. Scrive in modo chiaro e anche quando la frase è complessa e si allarga a macchia d'olio in una lunga descrizione, è facile, comprensibile e accattivante. Ora dopo  16 anni (ebbene si ho trovato il libro al centro di Roma nel 1997) uso leggere le prime pagine di questo libro (quando mi riesce tutto) ai ragazzi ai quali impartisco lezioni di italiano, addirittura online. Quanti cambiamenti da allora, per i libri, per le relazioni, per la tecnologia ... quante cose sono cambiate! Ma il libro c'è ancora, in una forma p nell'altra, ed è bello leggerlo. Non mi permetto di dire che è piacevole leggerlo perché è una storia molto particolare, una storia che tocca un argomento che possiamo definire edipico, incestuoso e se per qualcuno può essere leggero per altri può essere davvero pesante. Non dico che è piacevole, dunque, per non offendere nessuno ma posso dire che è una bella lettura.
[citazione]
Fu nell'estate dei miei sedici anni che nella casa al mare il tempo parve davvero fermarsi in una sospesa inversione, che regalò a me e allo zio l'emozione allucinata di un presente che scorreva ordinandosi nelle figure che lo avevano anticipato, disponendosi con sensato rispetto nelle forme già predisposte ad accoglierlo. "Non ho che il tempo che ho già speso", ripeteva lo zio. "Il miracolo è che con te esso ritorna. Se fossi credente, penserei che è proprio un miracolo, una specie di secondo avvento, una grazia che mi è concessa, una seconda chance." // Io non capivo perfettamente quelle parole; ne intendevo però il senso segreto, ne raccoglievo l'emozione - che era di gioia, perché lo zio, era chiaro, godeva di questa seconda volta che il destino gli regalava.
Queste parole dicono tutto e niente ma il libro va letto per capire dove arrivano.  Un'altra cosa che mi piace molto di questa autrice è la descrizione che lei fa del tempo. Il tempo, un concetto che mi affascina da sempre e più ne parlo, più ne leggo e più mi affascina. Questa idea che io ho che il tempo in realtà non esiste, usiamo l'orologio per descrivere il tempo ma come si può pensare di descrivere il tempo? Mio fratello mi diceva sempre "Butta via l'orologio e vedrai che saprai sempre quando arriva il momento giusto. Chiedi l'ora a qualcuno e magari scambi due parole, dagli sconosciuti c'è tanto da imparare. Butti l'orologio e smetti di correre oppure corri ma inseguendo qualcosa e non il tempo. Non si può prendere il tempo" e mi sono sempre chiesta cosa mi diceva. Mi diceva che il tempo non esiste e la narrativa è fantastica perché lo dimostra. Il tempo è un movimento nello spazio e la narrativa lo può fermare o lo può allungare, rallentare o accelerare, leggete qua che descrizione del tempo che fa l'autrice proprio a inizio storia:
[citazione]
L'estate per me non era un tempo, era piuttosto uno spazio aperto, stupefatto. O se era una stagione, era immobile, sprofondata in sé nell'illusione di una durata che non sarebbe finita mai. Il tempo non passava, ma si accumulava in giorni tutti uguali, sconfinati, senza orizzonti, e un sentimento di evasione ne nasceva, che non c'entrava con la libertà - era semplicemente un mancare a tutto, non rispondere di niente, a nessuno.
L'immobilità di questo spazio ferma il tempo, che per la protagonista del romanzo non esiste più. Uno spazio senza tempo come questo ci richiama alla mente la noia, il vuoto e la voglia di ricominciare a muoverci nello spazio affinché il tempo trascorra e non sia morto.  Una cosa che invece mi piace meno di questa autrice, ma anche in Proust (mi permetto ma è così per me) sono le descrizioni un po' lunghe. Frasi descrittive lunghe che ti fanno tirare il collo per poi in mezza riga, farti rilassare. Un modo per dare movimento alla lettura però io lo trovo in generale un modo troppo tecnico, che funziona nel dare movimento alla lettura ma che emotivamente di solito rimane vuoto, almeno per me. Comunque per farvi capire cosa intendo vi riporto l'ultima citazione:
[citazione]
Nel recinto di quella casa di pietra, col giardino affacciato sul mare, tra rocce a picco che difendevano un'insenatura naturale, guardata da due grandi scogli all'entrata, per me dimorava l'estate.
A volte faccio dei video con delle letture per diversi motivi che non sto qui a spiegare ma vi regalo il video in cui leggo proprio Nadia Fusini e buona lettura. Silvia legge Due volte la stessa carezza di Nadia Fusini

Sul tradurre - Trillussa con "Bolle di Sapone"

Sui dialetti e sulle lingue.

È un po' di tempo che seguo alcuni colleghi traduttori in un salotto virtuale che parla di dialetti nel mondo molto interessante. Oggi ho scelto di condividere questo argomento con voi perché lo trovo estremamente interessante. Per parlarne voglio partire da una poesia di Trilussa. Carlo Alberto Salustri (1871 - 1950), da tutti conosciuto come Trilussa (anagramma del suo cognome). Insieme a Pascarella e Belli, è il poeta in dialetto romanesco più famoso. Frequentava i salotti culturali facendo satira-poetica, ovvero lui con la sua poesia (ma anche con le sue favole con morale) faceva satira già allora, qualcuno lo ha definito il cronista del periodo giolittiano. Sapevate che la storia della statistica e dei polli nasce da una sua poesia? Si dice che in media ogni italiano mangi un pollo a settimana e non importa se tu i soldi per comprare quel pollo non li hai, c'è qualcuno che ne mangia due ma tu sei statisticamente ricco da poterti permettere un pollo a settimana.
[Citazione dai sonetti di Trilussa - La statistica]
Sai ched'è la statistica? È 'na cosa / che serve pe' fa' un conto in generale / de la gente che nasce, che sta male, / che more, che va in carcere e che spósa. // [...] e, se nun entra ne le spese tue, / t'entra ne la statistica lo stesso / perché c'è un antro che magna due.
Ho scelto di condividere con voi un pezzo della poesia Bolla de Sapone perché rispecchia il mio intendere il senso estetico. È un argomento che affronto continuamente con mia madre a volte in allegre discussioni che finiscono in "io penso che lei non capisce certe cose" e "lei pensa che io non capisco certe cose" ma credo sia normale così per tutte le figlie e le mamme.
[Citazione dalla poesia Bolla de Sapone di Trilussa]
Lo sai ched'è la Bolla de Sapone? / L'astuccio trasparente d'un sospiro, / Uscita da la canna vola in giro, / sballottolata senza direzzione, / pe' fasse cunnola' come se sia / dall'aria stessa che la porta via. // [...] // La Bolla de Sapone je rispose: / - So' bella, sì, ma duro troppo poco. / La vita mia, che nasce per un gioco / come la maggior parte de le cose, / sta chiusa in una goccia... Tutto quanto / finisce in una lagrima de pianto.
Bé a me piace molto vi invito a leggervela tutta, fa anche un po' sorridere. In ogni caso ho scelto questa poesia per parlare dei dialetti. In realtà non starò qui a dare una definizione ufficiale di dialetto (che pare in realtà non esista), per questo vi rimando alla solita enciclopedia online ("dialetto" da wikipedia), consierando poi che non sono un'esperta, molte delle cose che vi dirò vi sembreranno conosciute e monotone ma questo dibattito a me ha aperto gli occhi su alcuni aspetti importanti e per questo voglio condividerlo.
Cito ancora da wikipedia (La Lingua Italiana per wikipedia)
L'italiano è una lingua romanza, basata sul fiorentino letterario usato nel Trecento, appartenente al gruppo italico della famiglia delle lingue indoeuropee.
Ma che è successo poi? Come mai il fiorentino è diventata lingua e il siciliano no? Qual è il percorso storico di una lingua? Quali fatti influiscono? ... Riporto di seguito alcune riflessioni emerse nel salotto online su dialetti e lingue perché le ritengo interessanti, perché essendo internazionale ci mostra alcune cose che magari chiusi nella nostra diatriba tra fiorentino e siciliano non vediamo, le riporto e basta .... le riflessioni rispondono alla domanda "Che cos'è un dialetto?"
Un dialetto è una variazione della lingua che tende a un intercalare dialettale o zonale, un intercalare che riguarda l'intonazione o la variazione strutturale di alcune parole ma che non riguarda l'uso grammaticale della lingua (ad esempio i dialetti italiani come il romanesco, il napoletano, il veneto ...). il dialetto è una variazione linguistica che nasce in una zona geografica diversa da quella di origine della lingua stessa (ad esempio l'Italiano svizzero, il tedesco austriaco, l'inglese americano o australiano, il francese africano e lo spagnolo sudamericano). Il dialetto è una variazione orale popolare della lingua ufficiale ma che usa la lingua ufficiale per riferimenti scritti (ad esempio i numerosi dialetti cinesi). Un dialetto può diventare una lingua quando in un paese avviene una scissione e si formano due o più paesi (ad esempio l'ex Jugoslavia). Il dialetto non esiste, il dialetto è un lingua che non è stata definita ufficiale. Una lingua diventa ufficiale perché usata dai media, nel politichese, negli atti ufficiali e nel mondo economico. Così la lingua ufficiale è quella usata dai ricchi e dai potenti e chi con coraggio e orgoglio difende il suo dialetto, per potergli dare una dignità e farlo riconoscere come lingua deve lottare anche e soprattutto passando attraverso la lingua scritta, poesie, romanzi, riviste fino al riconoscimento e sappiamo che non è una strada facile. Da queste riflessioni emerge così che anche la lingua è uno stato simbolico di potere e ricchezza, perché se tu sbagli quel verbo, quel pronome ... sei un popolano. Lingue e dialetti hanno un prezzo anche nelle traduzioni, le traduzioni in lingue di paesi strategicamente importanti o in lingue che hanno poca concorrenza vengono pagate di più quindi, voi ragazzi che studiate per intraprendere questa strada leggete tanto e informatevi sui fatti economici-storici e geografici prima di scegliere la direzione. Il vostro futuro e il vostro dialetto è nelle vostre mani.
buon Trilussa a tutti che è sempre spunto di mille riflessioni.

Due chiacchiere con Izio

Rabbia e orgoglio di Oriana Fallaci

Fabrizio Sartini oggi si è svegliato così, pensando al rispetto, a Oriana Fallaci e ce lo ha voluto dire su Facebook.
Io gli ho chiesto di dirlo anche qui. Grazie Fabrizio e poi ... un assaggio dal vivo di chi è veramente Fabrizio Sartini:
Integrazione è una parola importante......Integrazione:
Inserzione, incorporazione, assimilazione di un individuo, di una categoria, di un gruppo etnico in un ambiente sociale, in un’organizzazione, in una comunità etnica, in una società costituita
ma anche:
Con valore reciproco, l’integrarsi a vicenda, unione, fusione di più elementi o soggetti che si completano l’un l’altro, spesso attraverso il coordinamento dei loro mezzi, delle loro risorse, delle loro capacità
ed in senso generico:
Il fatto di integrare, di rendere intero, pieno, perfetto ciò che è incompleto o insufficiente a un determinato scopo, aggiungendo quanto è necessario o supplendo al difetto con mezzi opportuni
Senza voler fare retorica e definendo sacrosanto il diritto di TUTTI gli uomini popolo dello stesso Mondo credo sia altrettanto sacrosanto mettere da parte ogni ipocrisia ed urlare a gran voce che NON SIAMO TUTTI UGUALI......NON TUTTI VOGLIONO/MERITANO L'INTEGRAZIONE
e poi "Forse non tutti sanno che...." esiste il
Fondo Europeo per l'Integrazione dei cittadini di Paesi terzi
Con decisione del Consiglio dell’Unione Europea n. 2007/435/CE, in data 25 giugno 2007, è stato istituito il Fondo Europeo per l’Integrazione di cittadini di Paesi terzi per il periodo 2007-2013 nell’ambito del programma generale ‘Solidarietà e gestione dei flussi migratori’.
Il Fondo ha lo scopo di aiutare gli Stati membri dell’Unione europea a migliorare la propria capacità di elaborare, attuare, monitorare e valutare tutte le strategie di integrazione, le politiche e le misure nei confronti dei cittadini di Paesi terzi, lo scambio di informazioni e buone prassi e la cooperazione per permettere ai cittadini di Paesi terzi, che giungono legalmente in Europa, di soddisfare le condizioni di soggiorno e di integrarsi più facilmente nelle società ospitanti.
Lo stanziamento complessivo per il Fondo Europeo per l’Integrazione per gli anni dal 2007 al 2013 è pari a 825 milioni di euro, di cui 768 milioni distribuiti fra gli Stati membri sulla base di criteri che tengano conto del numero di cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti nello Stato membro e 57 milioni per le azioni comunitarie. In particolare, le risorse finanziarie totali stanziate per l’Italia, con riferimento all’intero periodo, ammontano a circa 103 milioni di euro.
Sulla base delle priorità di intervento specificate dalla Commissione Europea per la destinazione delle somme stanziate, il Ministero dell’Interno, Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione, individuato quale autorità responsabile per l’Italia, ha sviluppato una strategia per l’utilizzo delle risorse del Fondo, predisponendo un Programma pluriennale, relativo all’intero periodo di riferimento (2007-2013) e alle annualità 2007-2012 che sono state finora approvate dalla Commissione europea.
questo è quanto riportato ufficialmente dal sito del Ministero dell'Interno.....serve aggiungere altro?
......oggi mi sono svegliato così.......
“Che senso ha rispettare chi non rispetta noi? Che senso ha difendere la loro cultura o pseudo cultura quando loro disprezzano la nostra? Io voglio difendere la nostra e vi informo che Dante Alighieri mi piace più di ‘Omar Khayyàm”.
Estratto da: LA RABBIA E L’ORGOGLIO di Oriana Fallaci
Detto ciò direi che mi posso permettere di farvi ascoltare Fabrizio dal vivo, andatelo a sentire e portate pomodori ... o fiori, come volete voi Fabrizio Sartini e Francesca Pansironi in Improvvisession e Fabrizio Sartini e Emiliano Giuliano degli Hot Strings

Dino Buzzati - Una goccia

Quando si dice la goccia che fa traboccare il vaso. In un periodo storico così difficile mi sembra che di gocce ce ne sono state tante e l'acqua ha straripato altro che traboccare. Ma io mi ostino a pensare che leggere fa riflettere e può far accendere quel lumino nelle nostre teste che ... succede di rado ma a volte succede ... proprio in quel momento in cui si capisce qualcosa che non si è capito per anni. Io vorrei che le nostre tasse servissero a fornire servizi a tutti e non fossero interpretate dai poveri come assistenza sociale e che non fossero usate dai ricchi per fregare i poveri, io vorrei che i potenti smettessero per un po' di mangiare e facessero rifiorire il pianeta, quel tanto che basta per dare sollievo a tutti, anche ai loro figli, io vorrei lavorare serenamente e guadagnare quel tanto che basta per far fare una vita serena ai miei figli, vorrei regalare loro una vita allegra, ecologica e istruita ma non è così e in questi anni bui si diffonde paura e fame, paura e fame ... ma paura e fame si diffondono come la peste, come il virus hiv, come il morbillo e prima o poi tocca anche a loro e se non capiscono questo. Per esprimere questa mia brutta sensazione ho scelto di consigliare la lettura di un racconto di Dino Buzzati: Una goccia.
Una goccia, una sola, di notte, piano piano, solitaria, instancabile sale le scale, uno scalino dopo l'altro, non scende con tutte le altre ma sale le scale, da sola, inesorabile e tutti temono, tutti si chiedono, tutti ipotizzano ... ma è solo una goccia che sale le scale.
[citazione dal racconto di Dino Buzzati]
[...] Ma chi gli dice che nelle prossime notti la goccia riprenderà il cammino dal punto dove era giunta l'ultima volta, o piuttosto non ricomincerà da capo, iniziando il viaggio dai primi scalini, umidi sempre, ed oscuri di abbandonate immondizie? No neppure loro possono ritenersi sicuri. [...] Al sole del mattino l'uomo è forte, è un leone, anche se poche ore prima sbigottiva. [...] Noi del resto, che prima non sentivamo niente e ci si teneva esenti, da alcune notti pure noi udiamo qualcosa. La goccia è ancora lontana, è vero. [...] A noi arriva solo un ticchettio leggero, flebile eco attraverso i muri. Tuttavia è segno che essa sta salendo e si fa sempre più vicina.
E visto che ci siamo voglio regalare una goccia porta fortuna a tutti coloro che mi leggono anche se sono stonata.
Una goccia di Silvia Corridoni
Una goccia di Silvia Corridoni
In bocca al lupo mondo ... !!

Margherita Oggero - Il compito di un gatto di strada

Rossana dopo una vita vagabonda decide di ritirarsi e diventa una gatta da condominio (anche i gatti hanno una loro filogenesi e una loro ontogenesi e un'ascesa sociale!!). La portiera, insieme alla vedova del palazzo, si prendono cura di lei (pur rimanendo tutti liberi, lei di non dover fare compagnia a nessuno e le altre di non doversi prendere responsabilità!!). Ramon è bello, affascinante, compagno infedele e padre assente (che barbaro!!), un perfetto sciupagatte. Solo Rossana conosce la verità: Ramon infatti è discendente diretto dello stregatto (ve lo ricordate quello di Alice?). Ramon conosce il segreto del rendersi invisibile, o qualcosa di simili (molto simile al padre assente direi). Rossana deve scegliere tra i suoi eredi il più furbo e il più forte per portare a termine il compito di Ramon. Ruggine, così si chiama l'eletto discendente, il fortunato eletto: Rossana non lo avrebbe mai scelto e lui non sarebbe mai partito eppure ... proprio lui parte per l lontano Nord, da solo. Odradek, una creatura letteraria rifiutata, getta via, abbandonata a se stessa (abbandonata forse dal mostro che c'era in Kafka?), diventa amico e inseparabile compagno di viaggio di Ruggine. un viaggio pazzesco, sgangherato, allegro e pieno di avventure da Torino fino in Inghilterra. Una fntastica avventura dove possiamo vedere, se leggiamo piano piano e con attenzione, l'evolversi di un personaggio (a proposito di personaggi), nessuno lo avrebbe mai pensato così, nessuno lo avrebbe mai detto, ma il personaggio, come la persona, ha le sue risorse e non va giudicato ma lasciato vivere, accompagnato semmai o lasciato solo se proprio nn ci piace ma non giudicato e vedrete quante cose si possono scoprire senza giudicare.
Io ho amato molto leggere questa storia per ragazzi ma che volete, anche io amo tornare adolescente a volte. Una lettura rilassante ma piena di sorprese e di imprevisti, come un sogno, nel sogno le cose compaiono e scompaiono, si muovono e si fermano, sono buone e pure cattive ma sono varie, folli, inaspettate, emotive ... così è questo racconto secondo me. Buona lettura