RifLeggendo

L'autore racconta cosa c'è nel suo cuore e nella sua memoria, l'editore vende il racconto nel modo che gli sembra più adatto a quella storia o a quel pubblico, il lettore percepisce la storia secondo ciò che ha nel cuore e nella memoria. A volte lettore - editore - autore si incontrano per parlare del libro che non appartiene più a nessuno ma ha una vita sua. Mille riflessioni possono nascere dalla stessa lettura, uguali e contrastanti per questo le chiamo RifLetture che sono altro dalle recensioni. Chi recensisce giudica, io non sono all'altezza di giudicare ma sicuramente posso riflettere nelle letture: RifLeggendo condivido qui.

martedì 3 febbraio 2015

Walden ovvero Vita nei Boschi di Henry D. Thoreau

22 febbraio 2015 - Riflessioni: minimalista si, ma non troppo
Questa RifLettura l'ho affrontata in montagna, sulla neve di Passo Godi, tra Scanno e Villetta Barrea. In Abruzzo. In un momento di estremo sole ed estrema gioia condivisa con la mia famiglia. Un dolce momento di amore che rimarrà scolpito nella mia mente per tutta la mia vita.
Abruzzo, però e purtroppo, è anche l'Aquila, la distruzione improvvisa, quella contro la quale non puoi fare nulla e quella per la quale gli altri faranno molto poco, forse ne parleranno per trasformarla in marketing, come spesso accade per il femminismo, il razzismo ... !
Allora, io che adoro Thoreau e il suo ripudiare lo spreco della vita questa volta dico: minimalista sì, ma non troppo!
Non voglio cadere nel tranello di: il lavoro nobilita l'uomo!
Per me la vacanze godute, rilassate e sfaticate sono un obbligo nei miei confronti e anche nei confronti della mia famiglia, del nostro amore.
Che la nostra condivisione abbia vita e abbia un senso: concediamoci anche qualche lusso, ma non troppi!

Una RifLettura questa probabilmente povera e minimalista, forse anche stupida ma necessaria affinché il benessere sia per tutti e non per pochi. Il benessere per pochi da origine a malcontento, falsi idoli, oltraggi, povertà, fame, banditismo ... addirittura guerre!
Il benessere per tutti da vita a uguaglianza, solarità, calma, rilassatezza, condivisione, gioia ... tranne a quel centinaio di ingordi che ... !
Cerchiamo però di non confondere i momenti di gioia condivisa e vissuta con l'accumulo di anticaglie polverose e senza anima. Torniamo un po' al vecchio dilemma: essere o avere? Svecchiare, purificare, alleggerirsi ... non lo dimentichiamo, è salutare.
Ma non voglio tediarvi con queste stupide riflessioni, vi lascio lo stralcio che mi ha portato a questo pensiero, a chiudere il libro (sulla neve come vedrete dalla foto) e a dire: ma sì, che importa, anche io me la voglio godere! (ma sempre senza esagerare, purtroppo):
Vorrei ricordare, così di sfuggita, che le tendine non mi costano nulla, perché non ho persone che mi spiino e che io debba chiudere fuori - tolti il sole e la luna, che voglio mi guardino in casa. [...]
Come al solito una grande quantità di questi beni erano anticaglie che egli aveva incominciato a accumulare fin dai tempi di suo padre. Fra le altre cose c'era anche una tenia seccata. Ora, dopo essere state in soffitta o in qualche altro buco per la spazzatura, per mezzo secolo, tutte queste cose non vennero bruciate: invece di un falò, o distruzione purificatrice, ne fu fatta una vendita all'asta, cioè si tentò di dare loro una vita ulteriore. I vicini si raccolsero subito l'a attorno a guardare, comperarono tutto, trasportarono tutto con molta cura nelle loro soffitte o buchi per la spazzatura, dove queste cose resteranno finché le proprietà dei compratori [...]
Forse potremmo imitare con profitto i costumi di qualche nazione selvaggia, dove, ogni anno si finge - per lo meno - di gettare le spogli invernali; quelle nazioni hanno almeno l'idea della cosa, anche se poi non riescono ad attuarla. Non sarebbe bene che celebrassimo anche noi una "festa di primavera" o "dei primi frutti", come, a quanto riferisce il Bartram, "era costume degli indiano Mucclasse?" 
Bella l'immagine della purificazione, la leggerezza di sbarazzarsi del vecchio e in qualche modo del fardello del passato, perché in fondo il passato dovrebbe essere un insegnamento di vita, un'esperienza maestra e non un fardello. Ma un passato di cocci e coccetti che si trascina sconosciuto da una cantina all'altra senza più amore ma avidità, certo diventa un pesante fardello e allora: evviva la leggerezza!



12 febbraio 2015 - Riflessione: Quale pregiudizio? Ho trovato il mio!
Questa è una riflessione iniziata il 5 febbraio sempre a seguito della lettura di un passo di Walden, dove dicevo:
Infatti, siamo noi stessi il nostro principale pregiudizio ed è davvero difficile uscire dal ruolo che ci si è costruiti nel percorso di vita, di una vita intera. Ma in fondo, che vuol dire di una vita intera? Una vita non è intera fino a che non si muore ma fino a quel momento siamo in costruzione, o evoluzione, o in divenire e allora: 
(Cit.) "Non è mai troppo tardi per rinunciare ai nostri pregiudizi".
Quando mi riposo, mi rilasso e ho voglia di divertirmi con un libro, magari quando la notte non riesco a dormire ma preferisco sorridere che grugnire mi leggo qua e là Bennett che ve lo devo dire è uno dei miei autori preferiti e presto comincerò le riflessioni anche con le sue letture. Una frase di quello che stavo leggendo dice:
E quando invece voglio essere lasciato in pace con i quadri o non so che, ho imparato a non esibire un eccessivo interesse, perché così facendo attirerei immancabilmente la guida, desiderosa di trasmettere le sue conoscenze.
Questa frase ha illuminato il mio desiderio, che porta al pregiudizio che mi rispecchia. Non è tanto un desiderio di trasmettere le mie conoscenze, anche se così può essere vissuto dall'esterno, ma piuttosto un desiderio di condividere apertamente e liberamente. La voglia di poter parlare essendo se stessi e non degli attori neanche tanto bravi che tengono in piedi delle farse neanche tanto belle. Non trasmettere conoscenza dunque (anche perché non credo di saperne più di altri) ma condividere se stessi.
Sono dispiaciuta quando chiedo a qualcuno (che so avere delle preoccupazioni o altro) "come stai?" e mi risponde "Benissimo". E dunque il pregiudizio, mio o degli altri, la valutazione a monte di un dialogo mai espresso:
Domanda: "Ciao come stai?" Riflessione interna: "So che sei forte ma mi piacerebbe sapere chi sei veramente, io sono curiosa di persone e personaggi e percepisco una relazione solo nella libertà e sincerità e nel dialogo"
Risposta: "Sto bene grazie!" Riflessione interna: "Mica comincerà a fare domande? Io non ho voglia di parlare di lei, ma che vuole? E poi che gli frega? Come sto? Come vuoi che sto? Di merda, come tutti!"
Questa è per me una relazione/comunicazione non riuscita, mi allontano!
Ma rifletto ora, il mio desiderio di condivisione aperta mi porta a giudicare gli altri come falsi, bugiardi, indesiderosi di condivisione ma ... se semplicemente non condividono questo mio desiderio di condivisione aperta? Magari si aprono ad altri, magari non si aprono mai, magari preferiscono l'analista, magari ... se fosse qui mio fratello direbbe: "Magari non insistere e fatti i fatti tuoi! È più facile!!" e così ho deciso di cambiare tutto.
Ad esempio, non condividerò più le mille foto che faccio con tutti perché sapete come è stato interpretato questo mio desiderio? "Ma che vuole farci vedere che è brava e spera che la paghiamo per un album fotografico?" e io non ho mai pensato di fare la fotografa.
Ad esempio, ho deciso di rivedere tutte le fiabe che scrivo facendo sparire ogni elemento di spiegazione, come mi ha detto una volta Alessandra: "Una fiaba si vive non si spiega, altrimenti non attecchisce!".
Detto questo, tornerò con nuove fiabe e nuove letture e nuove riflessioni ... sempre per condividere!

11 febbraio 2015 - Riflessione: individualismo e socialismo
Mi permetto di lasciare ancora una meravigliosa citazione dal testo di Thoreau. Parole che mi hanno colpito forse per il mio essere individualista prima che socialista, forse per il mio credo gestaltico, forse perché sono fortemente convinta che l'uomo sia responsabile in primis della sua vita, come unico e come società. Per capire il mondo devo capire me stesso, per  non giudicare ma osservare e scoprire il mondo, devo saper non giudicare e osservare me stesso. Ascoltate cosa diceva Thoreau:

Le stelle sono vertici di chissà quali meravigliosi triangoli. Quali esseri lontani e differenti, contemporaneamente e dai vari luoghi di una medesima stella, contemplano l'universo!
La natura e la vita umana sono altrettanto varie che le diverse costituzioni che regolano i nostri stati.  Chi mai potrebbe dire che prospettive la vita offra ad un altro? Potrebbe mai succedere miracolo più grande di riuscire, per un attimo a guardarci fin dentro il cuore? Dovremmo poter rivivere tutte le età del mondo in un istante; non solo: rivivere noi stessi in tutti i mondi delle diverse età. Storia, Poesia, Mitologia! Non conosco nessuna lettura delle esperienze altrui altrettanto sorprendente e istruttiva.

A queste parole nella mia testa torna l'immagine di Pilato, descritta nel libro Il Maestro e Margherita di Bulgakov (l'immagine di colui che sa, che ascolta se stesso e rinuncia per il galateo) nella traduzione di Milli De Monticelli:

Pilato era salito sul palco stringendo  nella mano la fibbia inutile e strizzando gli occhi, Strizzava gli occhi, non per difenderli dal sole, no. Non voleva vedere il gruppo dei condannati, che, come egli ben sapeva, sarebbero stati condotti sul palco.
[...]
Egli attese qualche momento, sapendo che nessuna forza avrebbe potuto far tacere la folla che avesse sfogato tutto ciò che le s'era accumulato dentro, e non si fosse calmata per conto suo.
E quando questo momento giunse, il procuratore alzò il braccio destro e l'ultima voce si spense nella folla, Allora Pilato, dopo aver gonfiato il più possibile il petto di aria calda,  gridò,  e la sua voce rotta si riversò sopra migliaia di teste: "In nome di Cesare imperatore! ..."

Il sudore, il mal di testa, il desiderio di non condannare a morte il Nazzareno di Pilato, la sua decisione di regalare al popolo affamato uno spettacolo, l'andare contro se stesso per se stesso ... che sensazioni pesanti da sopportare nella vita!

5 febbraio 2015 - Riflessione: quale pregiudizio?
Inizio il post con una citazione ovviamente tratta dal libro:
Non è mai troppo tardi per rinunciare ai nostri pregiudizi.
Mi sto soffermando a lungo su queste prime pagine del libro e so che così facendo chissà se arriverò alla fine ma, (pausa) che vuol dire rinunciare ai propri pregiudizi? 
Come in un talk show: via alle prime cento risposte in dieci secondi che sono sicuramente le migliori e vinceranno un posto in paradiso per tutta la vita, poi quando si muore è un'altra questione:

1. non sono razzista
2. chi si veste male non mi piace ma lo tollero
3. anche i vagabondi hanno un'anima, anche se hanno rinunciato alla loro dignità
4. il vicino di casa è un gran maleducato ma io lo saluto cordialmente lo stesso
5. ... sono tollerante con religioni diverse dalla mia
6. ... i figli degli zingari meglio che mi stiano lontano così li posso accettare
7. ...
...
...

E il pregiudizio scacciato liberò la coscienza di tutti i comuni mortali, per sempre.
Ora potete presupporre quanto vi pare, siete liberi!

Un pregiudizio è un giudizio che si forma a monte. Un giudizio che si forma nella testa di qualcuno in base alle sue personali conoscenze ed esperienze preconfezionate, senza che si sforzi di andare a verificare e/o ad informarsi. Magari si conosce un amico che spiega mille motivi per cui una gallina è un animale pericoloso, sulla fiducia che si da a quell'amico si decide che la gallina è pericolosa e si comincia a diffondere la credenza che da pregiudizio personale diventa pregiudizio popolare, e la gallina prende botte da tutti, viene schernita, maltrattata, giudicata senza realmente essere osservata, ascoltata, avvicinata.
Un pregiudizio si accetta anche perché si ha paura di uscire dal branco, di essere diversi, di ... ma essere diversi può anche significare semplicemente essere se stessi e dunque... dunque
"non si può vivere solo a dieta vegetale, poiché essa non fornisce le sostanze per formare le ossa"
Diceva il contadino facendosi trasportare con tutto l'aratro dalla sua mucca, con le sue ossa vegetali.
Un pregiudizio è qualcosa che limita la tua vita, che ti toglie la possibilità di conoscere una grande fetta di mondo e di aprire meravigliose porte che rimarranno per te, sempre chiuse e sconosciute. Sì, perché anche quando queste porte chiuse dal tuo stesso pregiudizio tu le sfondi con un cannone ... le avrai usurpate ma non potrai mai goderne. Abbandonare i personali pregiudizi è un processo estremamente complesso, richiede una grande capacità di mettersi in discussione, di mettersi in mostra per quello che veramente si è, lasciando che gli altri possano a loro volta giudicare.
È duro avere un sorvegliante sudista; ancora più duro averne uno nordista; peggio di tutto, però, è essere negrieri di se stessi. [...]L'opinione pubblica è un tiranno assai debole, paragonata alla nostra opinione personale.
Infatti, siamo noi stessi il nostro principale pregiudizio ed è davvero difficile uscire dal ruolo che ci si è costruiti nel percorso di vita, di una vita intera. Ma in fondo, che vuol dire di una vita intera? Una vita non è intera fino a che non si muore ma fino a quel momento siamo in costruzione, o evoluzione, o in divenire e allora:
Non è mai troppo tardi per rinunciare ai nostri pregiudizi.
Poi ci sono i saggi, gli anziani, gli insegnamenti popolari e tradizionali, l'antico sapere ecc. Avete mai sentito dire che il processo di apprendimento prevede la scomposizione, la distruzione, il rinnegare ciò che sappiamo e che abbiamo appreso fino a quel momento per poi ricostruirlo?
Ogni volta un nuovo pezzetto di consapevolezza e ogni volta un pezzetto in più di conoscenza, anche quando lo si ricostruisce tale e quale. L'infrazione della regola è fondamentale per l'apprendimento della regola, altrimenti rimane conoscenza e non diventa consapevolezza. Che differenza c'è? Una differenza di gerarchia: si apprende a memoria, poi si sa e se si è fortunati (non in tutti i casi ovviamente) si consapevolizza. Un po' come quando si diventa genitori. Tutti sanno che è faticoso essere madre, ma una madre lo sa di più!
I pregiudizi non rivisti bloccano il percorso di apprendimento al secondo livello, quello del sapere.
Ma da dove nascono i pregiudizi? Di solito da predilezioni immotivate per un determinato punto di vista.
In Walden, Thoreau ci dice qualcosa che forse suona forte:
Ciò che tutti, oggi, accettano per vero apertamente o senza discutere, può apparire falso domani; puro vapore d'opinioni, che qualcuno aveva creduto fosse una nube che avrebbe portato pioggia benefica sui suoi campi.
Ciò che i vecchi vi dicono che voi non potete fare, fatelo: così scoprirete che invece ne siete capaci. Azioni vecchie per i vecchi e azioni nuove per gente nuova. Probabilmente gli antichi non sapevano come procurarsi il combustibile per alimentare il fuoco; i moderni mettono un po' di legna secca sotto una caldaia e si fanno trasportare attorno al globo alla velocità degli uccelli.
E dunque penso, qual è il pregiudizio che ha condizionato tutta la mia vita? Se trovo quello, sono libera! E faccio su e giù tra queste prime pagine leggendo e rifleggendo, e rifleggendo, e rifleggendo ... andrò mai avanti?
Molto bella l'idea di fare il giro del mondo alla velocità di un uccello, affermata in questo modo, in questo contesto, in questo libro sembra di andare ad una velocità pazzesca.

4 febbraio 2015 - riflessione: ossa vegetali
Intanto vi lascio una frase di Thoreau dalla quale prenderò spunto per riflettere sull'autostima e sull'evoluzione dell'uomo:
Un contadino mi dice: "non si può vivere solo a dieta vegetale, poiché essa non fornisce le sostanze per formare le ossa". E pertanto egli dedica religiosamente parte della sua giornata a fornire il proprio organismo delle materie prime necessarie alla formazione delle ossa; e mentre parla, cammina dietro ai suoi buoi, che con le ossa fatte di sostanze vegetali, si trascinano appresso lui e il suo pesante aratro, per quanti ostacoli abbiano davanti.
A presto

3 febbraio 2015 - riflessione: essere o avere? cosa guadagno in questa folle corsa al possesso?
La prima riflessione che faccio su questa lettura è facile e conosciuta (alcuni l'hanno incontrata leggendo Fromm e da lui prendo spunto per il titolo): Essere o Avere? Se tutti colori che hanno fin qui investito in petrolio si rendessero conto che si può diventare ricchi anche investendo sul carburante biologico e spostassero (ma forse è troppo tardi) le loro energie e la loro economia su questa nuova fonte di vita, continuerebbero ad essere i più ricchi, salverebbero il pianeta dal processo di inquinamento che hanno portato avanti sin qui e produrrebbero nuovi posti di lavoro. Chiaro che dovrebbero investire in ciò del denaro, possibilmente il loro denaro e non quello delle tasse e/o imposte che dovrebbe servire per i servizi pubblici e per gli stipendi statali. Ma no, l'imprenditore non vuole re-investire un solo centesimo dei suoi in "cose nuove" perché per l'imprenditore mediamente investire significa perdere. Se Case automobilistiche, costruttori, designer, petrolieri ... si mettessero d'accordo invece di fomentare guerre per poter continuare a produrre armi, prendessero la via del benessere, della salute ... ma un imprenditore in fondo è colui che è o che ha?
Vi siete mai chiesti perché un medico vi prescrive migliaia di antidolorifici e mai un ciclo di trattamenti chiropratici? Perché la sanità vota per le case farmaceutiche e non per il benessere del paziente. Io sono uscita una volta da un ospedale con una prescrizione fatta da un ortopedico in cui c'era scritto di prendere 3 aulin al giorno per una settimana (Sapete che vuol dire?) e poi a voce mi ha detto e si faccia dei massaggi che ne ha bisogno per sbloccare la cervicale. Mio marito a chiesto e da chi possiamo andare? C'è un centro specializzato? Convenzionato? La risposta è stata "glieli faccia lei".
Ma di che stiamo parlando?

Cito alcuni spunti di riflessione di Thoreau:

Conosco certi giovanotti, miei concittadini, la cui sventura maggiore è aver ereditato poderi, case, granai, bestiame e strumenti da lavoro: ché, di queste cose, infatti, è assai più facile entrare in possesso che liberarsi. E per loro sarebbe stato meglio essere venuti alla luce a ciel sereno, in un prato, e venire allattati da una lupa, poiché in tal caso avrebbero potuto vedere con occhi più limpidi quale campo erano chiamati a lavorare. Chi li fece schiavi della gleba? Perché dovrebbero dare fondo ai loro sessanta acri quando l'uomo è condannato a consumare solo il suo pugno di polvere?
[...]
Ma gli uomini s'affaticano poiché partono da principi sbagliati. La parte migliore dell'uomo è subito arata nel suolo, per farne concime. E da un fatto simile, che è comunemente chiamato necessità, egli è impiegato - come dice un vecchio libro - a riporre tesori che tignole e ruggine presto corromperanno e che i ladri violeranno e ruberanno. È una vita da pazzi, come capirà egli stesso quando ne sarà giunto alla fine -
[...]
Un uomo che lavori duramente non ha abbastanza tempo per conservare giorno per giorno la propria vera integrità: non può permettersi di mantenere con gli altri uomini i più nobili rapporti, perché il suo lavoro sarebbe deprezzato sul mercato; ha tempo solo per essere una macchina.
[...]
La qualità migliore della natura umana, come i fiori in boccio, si possono conservare solo avendone la massima cura. Eppure noi non trattiamo né noi stessi né gli altri con tanta tenerezza.
Per oggi qui mi fermo perché devo occuparmi dei miei boccioli che tornano da scuola ma ci penso a queste parole e mi domando ... ci guadagno veramente in una vita così folle?

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30 gennaio 2015
Bompiani ha prontamente risposto alla mia richiesta e mi ha scritto che provvederà a mandarmi una nuova copia del libro chiedendo scusa per l'inconveniente .... nel frattempo ho rispolverato tra i miei scaffali un vecchio, vecchissimo libro: Walden ovvero Vita nei Boschi di Henry D. Thoreau. Questa la versione italiana mentre ho in digitale la versione inglese.
Un libro che è un insegnamento di vita e se fosse stato letto più volte, se ne avessero parlato di più, forse ... chissà che io non debba inserire anche questo libro nella bibliografia in cui descrivo come nascono le mie fiabe, anch'esse nei boschi. Un recondito desiderio di tornare al naturale?
Intanto vi lascio con le riflessioni delle prime due pagine. In italiano per il momento perché ahimè, ho di nuovo i bambini con la febbre:
Citazione da Henry D. Thoreau, Walden ovvero Vita nei Boschi, Traduzione di Piero Sanavio, Edizioni Rizzoli, I classici BUR, stampato nel 1993.
Quando scrissi le pagine che seguono - o meglio la maggior parte di esse - vivevo da solo, nei boschi a un miglio di distanza dal più prossimo vicino, in una casa che m'ero costruito da me sulle rive del lago di Walden, a Concord, Massachusetts; mi guadagnavo da vivere con il solo lavoro delle mie mani.
[...]
Non mi dilungherei tanto su me stesso se vi fosse qualcun altro che conoscessi altrettanto bene. Sfortunatamente, sono costretto a limitarmi a questo argomento da campo ristretto della mia esperienza.
Vi domando la vita degli altri, l'esperienza altrui, il desiderio altrui di condividere la propria esperienza vi piace o vi infastidisce? Un libro può essere un modo di condividere la propria vita con gli altri?
Bompiani ha prontamente risposto alla mia richiesta e mi ha scritto che provvederà a mandarmi una nuova copia del libro chiedendo scusa per l'inconveniente .... nel frattempo ho rispolverato tra i miei scaffali un vecchio, vecchissimo libro: Walden ovvero Vita nei Boschi di Henry D. Thoreau. Questa la versione italiana mentre ho in digitale la versione inglese.
Un libro che è un insegnamento di vita e se fosse stato letto più volte, se ne avessero parlato di più, forse ... chissà che io non debba inserire anche questo libro nella bibliografia in cui descrivo come nascono le mie fiabe, anch'esse nei boschi. Un recondito desiderio di tornare al naturale?
Intanto vi lascio con le riflessioni delle prime due pagine. In italiano per il momento perché ahimè, ho di nuovo i bambini con la febbre:
Citazione da Henry D. Thoreau, Walden ovvero Vita nei Boschi, Traduzione di Piero Sanavio, Edizioni Rizzoli, I classici BUR, stampato nel 1993.
Quando scrissi le pagine che seguono - o meglio la maggior parte di esse - vivevo da solo, nei boschi a un miglio di distanza dal più prossimo vicino, in una casa che m'ero costruito da me sulle rive del lago di Walden, a Concord, Massachusetts; mi guadagnavo da vivere con il solo lavoro delle mie mani.
[...]
Non mi dilungherei tanto su me stesso se vi fosse qualcun altro che conoscessi altrettanto bene. Sfortunatamente, sono costretto a limitarmi a questo argomento da campo ristretto della mia esperienza.
Vi domando la vita degli altri, l'esperienza altrui, il desiderio altrui di condividere la propria esperienza vi piace o vi infastidisce? Un libro può essere un modo di condividere la propria vita con gli altri?
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