RifLeggendo

L'autore racconta cosa c'è nel suo cuore e nella sua memoria, l'editore vende il racconto nel modo che gli sembra più adatto a quella storia o a quel pubblico, il lettore percepisce la storia secondo ciò che ha nel cuore e nella memoria. A volte lettore - editore - autore si incontrano per parlare del libro che non appartiene più a nessuno ma ha una vita sua. Mille riflessioni possono nascere dalla stessa lettura, uguali e contrastanti per questo le chiamo RifLetture che sono altro dalle recensioni. Chi recensisce giudica, io non sono all'altezza di giudicare ma sicuramente posso riflettere nelle letture: RifLeggendo condivido qui.

martedì 8 ottobre 2013

Enneatipo n.2 - il Superbo (George Bernard Shaw, "Don Juan in Hell" in "Man and Superman" III act)

Eccoci di nuovo qui, dopo il perfezionista abbiamo il superbo: dalla padella alla brace direi, ma piano piano vedremo che sono tutti pessimi, sono tutti umani e tanto vale accettarli tutti così come sono. Allora, parliamo di superbia ... Cito da wikipedia, che molti odiano ma io la trovo geniale (La superbia da wikipedia):
Per superbia si intende la volontà di conquistare per se stessi, con ogni mezzo, una posizione di privilegio sempre maggiore rispetto agli altri. Essi devono riconoscere e dimostrare di accettare la loro inferiorità correlata alla superiorità indiscutibile e schiacciante del superbo.
Vi vedo già, alcuni miei amici (poco avvezzi alle tempeste ormonali e ai suoi effetti) subito a ridere e a dire "eccola sei tu, finalmente ti specchi" ma vi accorgerete che IO so fare di meglio, la mia superbia va oltre la superbia ma lo vedrete man mano che parlerò di altri personaggi, per il momento sono sicura che molti mi classificheranno qui. L'enneagramma è bello per questo, ci si diverte a sperimentare vari personaggi per vedere in quale ci sentiamo più a nostro agio e il brutto è che sono tutti pessimi questi caratteracci. Analizzando i nove personaggi, almeno tre volte ci troveremo a dire "questo sono io" ma c'è un perché a questo pensiero che va cercato nelle relazioni tra i diversi enneatipi e noi stessi. Per questo penso che enneagramma e teatro siano un binomio vincente. Comunque, dicevo: la superbia! Uno dei peggiori vizi capitali del cristianesimo. Mi soffermo un momento su quanto ho scritto, colgo la frase (attimo) per spiegare come l'enneagramma definisce i suoi caratteri dei vizi, ognuno di noi comprende praticamente tutti questi vizi (e ognuno di noi si sente superiore, solo quando abbiamo qualche dubbio su un carattere allora dobbiamo chiederci se per caso, per sventura o per fortuna, questo carattere ci riguarda). Ce n'è sempre uno che emerge, che chiamiamo passione, proprio dalla "passione di Cristo", perché la passione è ciò che  nella vita costantemente ti guida nelle tue scelte, nelle virate, nei pensieri, nel gusto, come ha guidato Cristo nella sua esistenza. Riconoscerci in uno di questi enneatipi ci aiuta, o ci diverte, a fare una vita più consapevole. Serve? No! Aiuta? A volte. Torniamo alla superbia, ho letto che Dante sceglie di mettere i superbi nel girone dell'inferno più lontano dal purgatorio, per rendere la loro risalita verso il paradiso più dura. Chaucer, nei Canterbury Tales fa descrivere dal parroco i superbi come dei disobbedienti, vanitosi, ipocriti, disprezzanti, impudenti, arroganti, duri di cuore, esaltati, impazienti, litigiosi, irriverenti. Terribili aggettivi per i superbi. Ma chi è un superbo nell'enneagramma? Vediamo che ci dicono i sufi. Un isterico (avete ragione potrei essere io!!), un falso generoso che assume l'atteggiamento di una persona erotica per procacciarsi piacere ma che in realtà vuole soddisfare un implacabile desiderio di amore. Volendo usare un'immagine, il superbo nell'enneagramma ha la passione per la sua espansione, ha bisogno di dare un'immagine di sé quadrupla (di questi tempi, in questo mondo fatto di apparenze, è un ben essere così. Con un buon corso di marketing si riesce anche a fare grandi cose). Proviamo ad immaginare una persona che si adula e che, per estensione di se stesso, adula anche chi ha intorno. Complicato? (ecco ora non mi riconoscete più vero?). Un personaggio che adula se stesso e chi gli sta intorno, sempre che questi gratifichino il suo orgoglio. Disprezza tutti gli altri con arroganza. (Non giudichiamo subito il prossimo, attenzione che è proprio qui il trucco, se stai pensando "Lo sapevo che eri uno spocchioso superbo arrogante orgoglioso, avevo ragione" ... vi state comportando esattamente da due). Questo carattere, come alcuni altri, ha una percezione di sé data da ciò che lui stesso percepisce di sé, senza tener conto di ciò che gli altri percepiscono di lui. Psicologicamente parlando possiamo dire che prevale il sé immaginario.  Ma quello del due è un innamoramento di se stesso ingenuo: innamorato della sua immagine, il povero illuso ingenuamente rimuove la sua vera immagine e tutto ciò che prova a ripristinarla, diversamente soffrirebbe troppo. In breve questo personaggio è un io un po' più io degli altri, direi un IO. Una personalità che forse ha bisogno di una guida, di un superiore, di qualcuno a cui ispirarsi, di qualcuno di importante che lo segua nelle sue cose ... ciò che forse gli è mancato è proprio questo e, non trovandolo fuori, lo ha cercato in se stesso. Diciamo che è qualcuno che non è mai stato esaltato e/o amato da una figura importante come quella di un genitore o similare e quindi ha imparato a farlo da solo. Una personalità fortemente emotiva, lontana dal pensiero razionale, per questo ribelle a chi voglia limitare la sua espansione emotiva e visto che l'arte esprime emotività ... artisti. Lo volete odiare per questo? Spero di no, sono persone che sviluppano di solito un forte senso artistico e sono molto attive, ne abbiamo bisogno. Sono persone che vedono l'innocenza dei bambini e la loro necessità di aiuto e per questo li ama in modo sviscerale. Cosa pensereste se vi dicessi che Madre Teresa di Calcutta è un enneatipo 2 (ma questa è la mia idea e chiedo scusa a chi se ne offende), Cleopatra è il personaggio storico e letterario più famoso che meglio simboleggia questo enneatipo. Un carattere che ha bisogno di conquistare tutto, anche da un punto di vista sessuale. Probabilmente per questo personaggio sesso e amore non si incontrano mai. Un personaggio a me molto caro (ahimé, tutto gioca a mio sfavore!) e che io credo rappresenti altrettanto bene questo carattere è Don Giovanni (Don Juan Tenorio, nato dalla penna di Tirso de Molina e mai più morto). Non credo di essere brava a raccontarvi quanto questo personaggio in realtà abbia bisogno di amore, di riconoscimento, di conquistare. Ma c'è qualcuno che sicuramente ve lo sa raccontare benissimo. Ascoltate Alessandro Baricco legge Don Giovanni, adoro Alessandro Baricco e spero tornare presto a teatro ad ascoltare le sue letture, lui non lo sa e nn credo lo saprà mai ma ha cambiato tanto della mia vita con le sue letture e lezioni, più che con i suoi libri.
Il motivo per cui Don Juan Tenorio mi sta particolarmente a cuore è che lui è stato oggetto della mia tesi di laurea, il personaggio di incontro tra George Bernard Shaw (in "Man and Superman, III atto) e il "Superuomo" Nietzscheano. Talmente forte è stato per me questo incontro che per elaborarlo, ho avuto bisogno di metterlo in scena. Io a teatro, in scena, ahimé, sono una capra, giuro! Una vera capra ma grazie a Francesca, Elisa, Andreo, Fabrizio, Anna, Stefano, Andrea e Stefania del teatro Fara Numé di Ostia, Nicola, mia madre per aver cucito dei costumi stupendi, mio padre e tutti gli amici venuti a vederci, ho realizzato questo sogno. In scena ho capito, ho sentito tutta la noia della frivolezza e il desiderio semplice, puro e unico di Don Juan, niente più. Don Juan Tenorio, un uomo che non si cura di nessuno, che deve conquistare tutte le donne (soprattutto se vergini) e che passa sopra ogni cosa. Bell'uomo, grande amante, superbo spadaccino, lui non ha padroni e non dona il suo cuore ad altri che a se stesso. Don Juan in hell (da Man and Superman) raccontato da George Bernard Shaw, uno scrittore, drammaturgo, linguista e critico musicale irlandese e impertinente (impertinente, mi permetto di dire, perché era solito polemizzare contro il teatro convenzionale inglese e, in tempi di magra per gli USA, lui ammirava apertamente l'URSS e appoggiava Stalin). George Bernard Shaw ha anche avuto un importante ruolo politico, era membro Della Fabian Society (a proposito: sapete che esiste ancora?) e utilizzò l'arte drammatica per fare propaganda alla realtà sociale, per analizzare le problematiche sociali e per consapevolizzare, attraverso gli spettacoli, la comunità stessa. Tanto ha scritto, tanto ha detto, tanto ha lottato per il sociale con le sue opere che nel 1925 si è meritato il Premio Nobel per la Letteratura. Nel 1903 scrive Man and Superman all'interno del quale (III atto) troviamo la figura di Don Juan in Hell. In questo capitolo i personaggi dell'opera lasciano le coordinate terrestri per entrare in una dimensione irreale, quella degli inferi. In questo viaggio senza terra e senza tempo, George Bernard Shaw, attraverso Don Juan, ci racconta la falsità e la bigottagine degli uomini nel loro credere l'inferno e il paradiso come due luoghi distinti tra buoni e cattivi pretendendo loro di sapere chi sono i buoni e chi i cattivi. Naturalmente noi immaginiamo Don Juan come uno cattivo e invece è qui che vediamo tutta la sua superbia. Lui sa, a differenza degli altri, lui sa. Tutti coloro che non sono come lui sono civettuoli, bigotti, vivono nella menzogna, sono frivoli e quasi inutili e degni di stare all'inferno, mentre lui ... lui sa, ed è degno del paradiso. Il paradiso non è il posto dove vanno i buoni secondo la convenzionale conoscenza terrestre (che brutta cosa!!), in Paradiso ci vanno coloro che sanno e che cercano la verità. Naturalmente quando dice la verità, si riferisce alla vera natura dell'uomo. Don Juan dice delle cose spaventose. Spiega come di fronte alla morte di una persona molto cara, benché tu soffra, sicuramente provi un sentimento di liberazione. Doña Ana si spaventa nel sentire queste parole. Cosa vuol dire? Si riferisce alla nostra falsità, all'immagine che gli altri hanno di noi e che noi convenzionalmente ripresentiamo con rispetto dovuto ma che ci porta lontani da noi stessi e più una persona ti è vicina, più tu sei convenzionalmente legato a qualche personaggio che devi rispettare. Più una persona che muore ti è vicina, più con lei muore una parte di te, di quel personaggio che nel legame con questa persona si è venuto a creare e tu sei un pezzettino più libero. Quasi quasi ricorda La Recherche, di Proust, dove dice che per comprendere qualcosa appieno bisogna essere soli e non perdere tempo con gli amici (solo Proust si può permettere di buttare giù il pilastro dell'amicizia), per comprendere una verità bisogna comprendere appieno se stessi, se stessi nel profondo e non in superficie ma finché si sta con gli amici, si sta in superficie. George Bernard Shaw e Proust sono molto bravi a scrivere, descrivono molto bene queste cose che sembrano degli assiomi ma ci si deve sempre domandare: sarà vero? Per alcuni sì, per alcuni no, altri sono incerti. Voglio riportare alcune parole di Don Juan sperando che diano un'idea del tipo di personaggio al quale mi riferisco, se così non fosse è comunque un bellissimo libro da leggere, anche senza le mie riflessioni.
[citazione da Man and Superman, Act III, Penguin Plays, Geroge Bernard Shaw]
[...] Don Juan: No; but there is justice in Hell: Heaven is far above such idle human personalities. You will be welcome in Hell, Señora. Hell is the home of honor, duty, justice, and the rest of the seven deadly virtues. All the wickedness on earth is done in their name: where else but in Hell should they have their reward? Have I not told you that the truly damned are those who are happy in Hell? / The Old Woman: And are you happy here? / Don Juan:  (springing to his feet): No; and that is the enigma on which I ponder in darkness. Why am I here? I, who repudiated all duty, trampled honor underfoot, and laughet at justice! [...] (Don Juan ha riconosciuto Ana e viceversa)  Don Juan: My dear Ana, you are silly. Do you suppose Heaven is like earth, where people persuade themselves that what is done can be undone by repentance; that what is spoken can be unspoken by with drawing it; that what is true can be annihilated by a general agreement to give it the lie? No: Heaven is the home of the masters of reality: That is why I am going Thither. / Ana: Thank you: I am going to Heaven for happiness. I have had quite enough of reality on earth. / Don Juan: Then you must stay here; for Hell is the home of the unreal and of the seekers for happiness. It is the only refuge from Heaven, which is, as I tell you, the home of the masters of reality, and from earth, which is the home of the slaves of reality. The earth is a nursery in which men and women play at being heroes and heroines, saints and sinners; but they are dragged down from their fool's paradise by their bodies: hunger and cold and thirst, age and decay and disease, death above all, make them slaves of reality: thrice a day meals must be eaten and digested: thrice a century a new generation must be engendered: ages of faith, of romance, and of science are all driven at last to have but one prayer. 'Make me a healthy animal.' But here you escape your tyranny of the flesh; for here you are not an animal at all: you are a ghost, an appearance, an illusion, a convention, deathless, ageless: in a word, bodyless. There are no social questions here, no political questions, no religious questions, best of all, perhaps, no sanitary questions. Here you call your appearance beauty, your emotions love, your sentiments heroism, your aspiration virtues, just as you did on earth; but here there are no hard fact to contradict you, no ironic contrast of your needs with your pretentions, no human comedy,nothing but a perpetual romance, a universal melodrama. As our German friend put it in his poem, 'the poetically nonsensical here is good sense; and the Eternal Feminine draws us ever upward and on' - without us getting a step farther. And yet you want to leave this paradise! / Ana: But, if Hell be so beautiful as this, how glorious must Heaven be! // [...] // Don Juan: In Heaven, as I picture it, dear lady, you live and work instead of playing and pretending. You face things as they are; you escape nothing but glamor, and your steadfastness and your peril and your glory. If the play still goes on here and on earth, and all the world is a stage, Heaven is at least behind the scenes. But Heaven cannot be described by metaphor. Thither I shall go presently, because there I hope to escape at last from lies and from the tedious, vulgar pursuit of happiness, to spend my eons in contemplation - //
[Traduzione mia]
Don Giovanni: No, ma non c'è giustizia qui, all'Inferno: Il Paradiso è al di sopra di simili, inutili, personalizzazioni umane. Sarete ben accolta all'Inferno, Signora. L'Inferno è la casa dell'onore, del dovere, della giustizia e di tutte le sette virtù mortali. Ogni malvagità sulla terra è compiuta in nome loro: in quale altro posto, se non all'Infermo, potrebbero ricevere la loro glorificazione? Non vi ho detto che i veri dannati sono felici all'Inferno? / La Vecchia Signora: E voi, sei felice qui? / Don Juan (Balzando in piedi): No, ed è questo l'enigma sul quale rifletto nelle tenebre. Perché sono qui? Io, che ho ripudiato ogni dovere, che ho calpestato l'onore, e ho riso in faccia alla giustizia! [...] (Don Juan ha riconosciuto Donna Anna e viceversa) Don Juan: Mia cara Anna, siete una sciocca. Davvero pensate che il Paradiso sia come la terra, dove le persone pensano di poter cancellare ciò che hanno fatto con il pentimento; dove credono di poter tacere ciò che è descritto dai disegni, dove ritengono di poter annientare il vero condividendo una convenzione menzognera? No: Il Paradiso è la casa degli adepti della realtà. Ecco perché vado là. / Ana: Grazie: io mi dirigo in Paradiso per la felicità. Ne ho avuto abbastanza sulla terra della realtà. / Don Juan: Dunque dovreste rimanere qui, l'inferno è la casa dell'irreale e di coloro che cercano la felicità. Questo è l'unico rifugio dalla realtà che, come ho detto, ha la sua dimora in Paradiso, e dai sudditi della realtà che hanno la loro dimora sulla terra. La terra è un asilo nido dove uomini e donne giocano a eroi ed eroine, santi e peccatori, i loro corpi li trascinano giù dal loro folle paradiso: fame e freddo e sete, età e decadenza e malattia, la morte prima di tutti, li rendono schiavi della realtà: bisogna mangiare e digerire tre pasti al giorno. Tre volte al secolo una nuova generazione deve vedere la luce: anni di fede, di romanticismo e di scienza, tutti guidati dal desiderio di un'unica preghiera finale: 'Fai di me un animale sano'. Ma qui sfuggite alla tirannia della vostra carne, perché qui non siete affatto un animale: siete un fantasma, un'apparenza, un'illusione, una convenzione, senza morte, senza età. In poche parole: senza corpo. Non esistono problemi sociali qui, né questioni politiche, nessun dubbio religioso e, forse la miglior cosa, nessuna disfunzione sanitaria. Qui chiamate il vostro apparire: bellezza; le vostre emozioni: amore; i vostri sentimenti: eroismo; le vostre virtù: aspirazione, proprio come sulla terra, ma qui non ci sono pensieri difficili a contraddirvi, nessuna ironia pretenderà di contrastare le vostre pretese, nessuna commedia umana: solo una storia d'amore perpetuo, un melodramma universale. Come il nostro amico tedesco mise nel suo poema, 'Il buon senso qui, è il non-senso poetico, e la Eterna Femminilità ci attira sempre più in alto, e oltre' - senza fare un minimo sforzo. Davvero volete lasciare questo Paradiso! / Ana: Ma, se l'inferno è davvero bello come dite? Quanto è glorioso il Paradiso! // [...] // Don Juan: In Paradiso, per come la vedo io, cara Signora, si vive e si lavora invece di giocare e di fingere. Si affrontano le cose così come sono, non si fugge da nulla eccetto che dal fascino, dalla propria tenacia, dal pericolo e dalla gloria. Se la finzione va avanti qui come sulla terra, il mondo è un palcoscenico e il Paradiso è il dietro le quinte. Ma il Paradiso non può essere descritto con una metafora. Oggi stesso vi andrò, perché spero di poter fuggire, almeno là, dalle menzogne e dal tedio, dalla volgare ricerca della felicità, per trascorrere la mia eternità in contemplazione - //
Quante cose mi tornano alla mente leggendo queste poche righe, quante volte o letto e riletto questo libro. In questo terzo atto, e in particolare in queste parole, ritrovo sempre l'inconsistenza del tempo. Il tempo, in realtà, è semplicemente il nostro movimento nello spazio del quale l'orologio è solo un punto di riferimento. E' stato descritto come lineare, come circolare, come eterno, come sfuggevole eppure: tutta la nostra vita ruota intorno al tempo! Corriamo, aspettiamo, arriviamo troppo presto o troppo tardi. Solo quando il tempo non scorre più e diventa eterno e uguale a se stesso, ci accorgiamo di tante cose. Il tempo smette di scorrere nella vita di una persona pochi istanti prima di morire, dandogli il tempo di rivivere, in un attimo, tutta la sua esistenza e possibilmente dargli un senso, possibilmente! Poi si muore e ci si deve abituare alla morte. Così succede a Doña Ana quando arriva all'inferno e incontra, ignara, Don Juan, ignaro, anche lui. In questo atteggiamento di superiorità Don Juan, ci mostra il disprezzo per tutto ciò che non è come lui, anche per l'amore. Il disprezzo per coloro che amano in modo diversa da lui. L'uomo che ha passato una vita a farsi amare dalle donne: le disprezza! Disprezza il loro amore. Forse non lo disprezza ma sa che ciò che lui cerca è talmente superiore, che nessuna glielo può dare. Disprezza l'amore perché non lo riesce a sentire? mi domando io! È difficile sentire amore (da dare o da ricevere) se non lo si conosce. Ma nessuno può vivere, né sopravvivere, se non è amato, a meno che non incentra la sua vita nella sua più accanita ricerca. Don Juan trova forse l'amore in quell'attimo in cui bacia Doña Ana, ma è un attimo. Un momento breve breve, in cui qualcosa di molto forte si sente, il tempo si ferma solo per loro due, ma dura poco, Doña Ana, come da credenze convenzionali, come da copione, subito si riprende e si comporta come convenzionalmente ci si deve comportare: urla, scappa, lo offende anche se ha sentito amore in quel bacio. Lui di nuovo soffre, perché l'amore fugge, non vince e scappa. Doña Ana, pur essendosi comportata come ci si deve, non dimentica, e rimane turbata tutta una vita: "Ma mi amavate veramente?". Un cedimento furtivo e troppo lontano oramai da Don Juan. Mi permetto di dire, ma giuro è solo un mio pensiero che non vuole essere né offensivo né altro, a questo genere di carattere apparteneva Michelangelo che in quattro anni ha dipinto la Cappella Sistina da solo e poi il Giudizio Universale. Michelangelo lavorava da solo, per se stesso, non tollerava critiche e tantomeno consigli, lui era al di sopra di tutto e di tutti, tanto da mettere il suo autoritratto nel Giudizio Universale (lo trovate nella pelle squoiata di San Sebastiano che tiene in mano San PIetro nell'atto di restituire le chiavi della Chiesa a Cristo). A Michelangelo né il Papa né i cardinali lo convinsero a coprire tutti quei nudi dipinti nella cappella Sistina, la Cappella che ricorda quella scomparsa di Gerusalemme, la Cappella dove si elegge il Papa, dove si riuniscono i cardinali più importanti dell'impero, ma che importa, Michelangelo rispondeva: "Ma quando si va lassù, non ci si va mica in giacca e cravatta, ci si va nudi e nella migliore forma fisica" e questa risposta mi ricorda molto il Don Juan di cui ho appena detto. E un momento prima di pubblicare questa pagina mi domando "chi sono io per scrivere queste righe che parlano di amore e di tempo, di Don Juan Tenorio e addirittura di Michelangelo e del Giudizio Universale, tutte cose in stretta connessione con la trascendenza artistica della vita, tutte cose importanti?". Non sono nessuno e queste sono solo le mie riflessioni. Probabilmente non è vero niente però ... che bello leggere!