RifLeggendo

L'autore racconta cosa c'è nel suo cuore e nella sua memoria, l'editore vende il racconto nel modo che gli sembra più adatto a quella storia o a quel pubblico, il lettore percepisce la storia secondo ciò che ha nel cuore e nella memoria. A volte lettore - editore - autore si incontrano per parlare del libro che non appartiene più a nessuno ma ha una vita sua. Mille riflessioni possono nascere dalla stessa lettura, uguali e contrastanti per questo le chiamo RifLetture che sono altro dalle recensioni. Chi recensisce giudica, io non sono all'altezza di giudicare ma sicuramente posso riflettere nelle letture: RifLeggendo condivido qui.

sabato 29 novembre 2014

Aspettiamo il Natale leggendo ... Charles Dickens, Canto di Natale

... "Buon Natale, zio! Dio vi protegga!" gridò una voce allegra, quella del nipote di Scrooge, che gli era arrivato addosso così rapidamente che quel saluto era stato la prima notizia ch'egli avesse ricevuto del suo avvicinarsi.
"Bah," disse Scrooge "stupidaggini!"
A forza di camminare in fretta nella nebbia e nel gelo, questo nipote di Scrooge si era talmente riscaldato che era come tutto infuocato. Aveva un viso rosso e simpatico; gli occhi gli scintillavano e  il suo alito fumava.
"Natale una stupidaggine, zio?" disse il nipote di Scrooge.  "Sono sicuro che non pensi una cosa simile:"
"Certo che la penso" disse Scrooge. "Buon Natale! Che diritto hai tu di essere allegro? Che ragione hai tu di essere allegro? Sei povero abbastanza."
"Andiamo, via" rispose allegro il nipote. "Che diritto hai tu di essere triste? Che ragione hai di essere accigliato? Sei ricco abbastanza."
Scrooge, non trovando lì per lì una risposta migliore, disse un'altra volta: "Bah!". Poi aggiunse: "Stupidaggini".
"Non ti arrabbiare, zio" disse il nipote.
"Come potrei non arrabbiarmi" rispose lo zio "quando vivo in un mondo di cretini come questo? Buon Natale! In giro per augurare Buon Natale! Che cosa è il Natale per te se non il momento in cui devi pagare dei conti senza avere denari; il momento in cui ti trovi più vecchio di un anno, e non più ricco di un'ora? Un momento nel quale devi fare il biancio della tua contabilità, nel quale ogni posta, nel giro completo di dodici mesi, si presenta passiva contro di te? Se le cose andassero come vorrei io," disse Scrooge indignato  "tutti gli idioti che vanno in giro con un Buon Natale! sulle labbra dovrebbero essere fatti bollire insieme col loro 'pudding' e sepolti con una spina di agrifoglio nel cuore. Così dovrebbe essere!"
[cito da Racconti di Natale, Charles Dickens, traduzione Emanuele Grazzi, Oscar Mondadori, Arnoldo Mondadori Editori, 1990]

Che dire di questa citazione? La prima cosa che è risaltata ai miei occhi è il distorto uso della punteggiatura ma non mi voglio soffermare sull'argomento.
Nella mia versione pudding non viene tradotto.
Certo, con tutti i dolci di natale che ci sono in Italia, e tutti tradizionali: panettone, pandoro, tronchetto di natale, mostaccioli ... io avrei usato il pangiallo o panforte.
Perché?
Era quello che faceva mia nonna a Natale, ogni anno. A costo di spezzarsi le ossa doveva avere il pangiallo a tavola per festeggiare questa giornata di condivisione e di ringraziamento.
Il Natale come lo concepiva mia nonna era molto più simile all'americano thanksgiving day.
Allora lo criticavo, era quasi di moda criticare il Natale ma poi mi divertivo, mi tranquillizzavo nel ripetersi delle tradizioni, e ora mi rendo conto che sono entrate dentro di me e sento il peso di non averne più. Il pangiallo è fatto con le mandorle e la cioccolata e si fa solo a Natale e può essere tondo o allungato come un salametto.
Ma forse tradurre pudding in pangiallo porta il lettore fuori dall'Inghilterra, come è successo ora a me, e si esce dalla magia del racconto e quindi, no: non traduciamo pudding!
A parte il richiamo sentimentale legato al mio passato natalizio che evoca la parola pudding, ciò che io personalmente percepisco tra le righe è il divario di classe e la prepotenza del ricco nel sentirsi superiore al povero, nel sentirsi migliore, tanto da arrogarsi più diritti di vivere!
Prepotenza che può condividere solo con se stesso e la sua solitudine. Prepotenza che è diventata una moda. Quasi che a provare questo sentimento, anche il povero si inserisca silenzioso nella classe alto-borghese.
Arroganza che nasce e muore nel freddo di un cuore non più abituato a vivere.
"idioti che dovrebbero essere fatti bollire ... con una spina di agrifoglio nel cuore"
La visualizzazione di questa immagine è terribile, esageratamente terribile ... eppure ... ancora oggi troviamo persone che ribadiscono il concetto di idiota riferendosi a coloro che festeggiano il Natale, senza però rinunciare alla commerciabilità del prodotto e senza rendersi conto che sono loro i primi a organizzare estenuanti feste di Natale all'insegna del regalo e della ricchezza.
Ci sono, poi, quelli che odiano il Natale perché estremamente poveri e quando non si può festeggiare, né scaldarsi, né consolarsi neanche il giorno di Natale, la vergogna e il senso di impotenza, di solitudine, di umiliazione, di odio ... aumentano!
È il benessere stesso che se da una parte disprezza il povero, dall'altra ne crea e ne ha bisogno per la sua vanagloria e sopravvivenza economica.
Forse proprio questo è ciò con cui mi mette in contatto questa descrizione: io penso che coloro che odiano il Natale, in realtà odiano dover entrare in contatto con se stessi così profondamente da sentire il peso dell'essere cinico e emotivamente povero, tirchio, incapace ... inconsapevolmente.
Per me il Natale è un gioco, un momento magico di condivisione, di ricerca dell'altro, di voglia di amare e di ridere, di sperimentazione della generosità ma è proprio di questi tempi che si trovano più Scrooge che nipoti in giro.